Sabato 1° marzo si è tenuta nella cattedrale di Saluzzo l’ordinazione episcopale di don Bernardino Giordano, sacerdote della diocesi piemontese, Nominato vescovo delle diocesi di Grosseto e di Pitigliano-Sovana-Orbetello il 19 dicembre scorso.
Ha presieduto la celebrazione il vescovo di Saluzzo mons Cristiano Bodo. Coconsacranti i vescovi Giovanni Roncari (emerito di Grosseto e Pitigliano-Sovana-Orbetello) , Fabio Dal Cin (Loreto), Mariano Crociata (Latina) e il nostro vescovo Franco Giulio Brambilla, che ha tenuto l’omelia.
La pubblichiamo, integrale, di seguito.
La regola d’oro del pastore
«Sostiamo un momento. Come il viandante, arrivato con fatica sopra un’altura, si ferma, respira e contempla. Qui potremmo rimanere a lungo; e tale è l’ampiezza e la ricchezza di ciò che si offre al nostro sguardo, che potremmo far nostre le aspirazioni degli Apostoli sul Tabor: «Bonum est nos hic esse» (Mt 17,4); potremmo rimanere nella riflessione dell’avvenimento testé compiuto, senza provare sazietà e stanchezza, ma piuttosto gaudio e quasi ansia di più comprendere e di più godere. […]
L’Episcopato non è un onore che sta a sé; è il carattere d’un particolare ministero, cioè è una dignità che accompagna e sostiene un servizio a vantaggio altrui; sappiamo bene che non è una elevazione fine a se stessa, ma per il bene della Chiesa; l’Episcopato, dirà S. Agostino «nomen est operis, non honoris»; e Vescovo non è chi «praeesse dilexerit, sed prodesse», cioè non lo è chi ama l’onore più dell’onere, chi desidera presiedere più che giovare (De civ Dei, 19, 19; PL 41, 647); e S. Gregorio Magno, con S. Benedetto (Reg. 64, 8), ripeterà: «Oportet magis prodesse, quam praeesse» (Reg. Past. 11, 6) (Paolo VI, Consacrazione di cinque nuovi vescovi, 28 giugno 1964).
Caro don Bernardino,
eletto vescovo senza diventare prima monsignore, a te si addicono con pura trasparenza le citazioni che, a un solo anno dall’elezione a Pontefice, Paolo VI pronunciava nella Basilica di san Pietro durante l’ordinazione di cinque vescovi. Parole che sono state il faro luminoso che ha attraversato i due millenni del cristianesimo, e a cui si ricorre quasi per istinto in tante ordinazioni episcopali. Eppure, Paolo VI vi aggiunge una sua coloratura particolare, tipica del suo genio retorico e cristiano. Per comprendere pienamente il senso di questo evento bisogna salire con fatica su un’altura e sostare per contemplare con lo sguardo l’ampiezza e la ricchezza del panorama, finché sorge dentro di noi la nostalgia che ci fa quasi sussurrare la regola d’oro del pastore: oportet magis prodesse, quam praeesse! Che tradotto in modo crudo recita: è meglio giovare che comandare!
LA REGOLA D’ORO DEL PASTORE
Omelia per l’ordinazione episcopale di mons. Bernardino Giordano
1-03-2025 Download
- La regola d’oro del Pastore
Epperò – te lo dice chi è ormai sul viale del tramonto del proprio ministero – le volte in cui ho sentito il tocco dello Spirito Santo, è stato quando ho giovato (prodesse), proprio decidendo (praeesse), anzi tagliando, talvolta mi è capitato anche col bisturi, situazioni intricate o sciogliendo nodi duri e incrostati. Allora la regola d’oro pastorale non è tanto un magis quam, ma è soprattutto un giovare proprio mentre si presiede o, detto senza infingimenti, proprio mentre si comanda. Però devo dirti che lì ti sentirai solo e perso, invocherai l’aiuto di Dio, il dono dello Spirito: oggi lo chiamano discernimento! Chi va dal vescovo pensa che il discernimento serva a convincerlo che è meglio se gli si dà ascolto e si fa come vuole lui; il pastore, d’altra parte, è come il Padre della parabola che, all’inizio del racconto, è debole col figlio minore che se ne va pensando di realizzare la propria libertà fuggendo da casa o, alla fine della parabola, è disarmato col figlio maggiore a cui si rivolge perché rientri in modo nuovo nella casa facendo spazio al fratello perduto e ritrovato (cfr. Lc 15,11-32).
Il vescovo, dunque, come il Padre misericordioso, all’inizio e alla fine del racconto ha una paternità fragile, fatta di lacrime per il figlio che fugge e di suppliche per l’altro – il maggiore – che non vuole più rientrare nella casa del vitello grasso sacrificato per il fratello ritrovato. Ma al centro della parabola, al vertice del racconto, il Padre appare nel suo splendore: lo vede da lontano, ne ha compassione, gli corre incontro, gli si getta al collo, lo bacia: cinque verbi fulminanti! E poi dice ai servi: immolate il vitello grasso e mettetegli l’anello e i sandali segno della dignità filiale riconquistata. In quel momento il padre e il vescovo si sentono immagine purissima del Padre celeste, ma gli altri non comprendono… il figlio minore quando decide di tornare sta ancora leccandosi le ferite e il maggiore non vuole più entrare nella casa dove risuonano le musiche e le danze della gioia. Questi è incaponito nel dovere del mercenario che ha sempre fatto il suo compito per benino, ma ha vissuto la casa come una caserma lavorando e obbedendo alla legge. Ora vedendo il fratello scioperato che ritorna sente montare dentro di sé la vampa della rabbia e del risentimento. È il padre che deve fare? Il racconto ha un’espressione che è la sintesi più alta di tutto il Nuovo Testamento: «Il Padre allora uscì a supplicarlo» (Lc 15,18). Dio esce da sé stesso e viene incontro all’uomo. Si mette in ginocchio e lo supplica perché si lasci toccare dall’amore insensato e immotivato del cuore di Dio. Solo così l’uomo può essere toccato dall’excessus di Dio, solo così la paternità del Vescovo può essere riconosciuta anche quando non corrisponde al desiderio ingordo del figlio minore o al doverismo inflessibile del figlio maggiore.
Caro don Bernardino, per sé io avrei finito l’omelia: questa è la “passione del pastore”, del prete e soprattutto del vescovo! Dapprima è una realtà che lo fa patire e soffrire immensamente, e poi è una cosa per cui si appassiona, perché la cura fragile e costosa di coloro che gli sono affidati vale più di tutta la carità del mondo, perché non è una carità che sfama e dà sollievo solo ai corpi, ma è un amore che guarisce l’anima, ricostruisce le storie, fascia le ferite, raddrizza le storture, fa tornare a sognare. A te novello Vescovo, basterebbe questo perché sei persona che, toccata nel punto più profondo, vai poi avanti da solo con indomabile entusiasmo, perché sai distinguere le pure sorgenti dalle cisterne screpolate, perché sai scegliere gli amici stimolanti a preferenza dei compagni di merenda che poi ti abbandonano alla prima difficoltà. Io, però, che sono figlio del vescovo della Parola, il cardinale Carlo Maria Martini, non posso non raccogliere dal vangelo di questa domenica, preso così com’è, lo spunto per declinare la regola d’oro pastorale, facendola risuonare in tre note che la fanno passare dal cielo luminoso della passione alla terra aspra e sassosa della vita.
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Tre note sull’armonia della regola d’oro
Il Vangelo della VIII domenica del Tempo Ordinario, che abbiamo ascoltato in questa celebrazione (Lc 6,39-45), è introdotto da un’espressione generica, che presenta alcuni lóghia di Gesù come una “parabola”. La parabola è un racconto, narra una storia che si riferisce ad eventi veri o fittizi e li raccoglie con uno storytelling esemplare, scritto per dilettare un lettore implicito o per costruire un lettore modello. Nel nostro caso si tratta di detti sapienziali che hanno già un piccolo sviluppo narrativo e Luca, il più abile narratore del NT, li gratifica col titolo di parabola, di storia esemplare o di detti sapienziali. Vi ho intravisto come tre note con cui potrai costruire il tema di fondo della regola d’oro pastorale: la prima nota riguarda rapporto discepolo-maestro e illumina lo stile della relazione pastorale; la seconda nota riprende il paradosso della pagliuzza e della trave e ricorda il rischio della decisione; la terza nota riflette sui rovi che non possono produrre uva e richiede la valutazione dei frutti. Provo ad addentrarmi in questo breve racconto, nel quale la regola d’oro pastorale è messa alla prova del tempo che passa e della libertà del cuore.
* Il discepolo e il maestro: lo stile della relazione. «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro» (Lc 6,39-40). L’evangelista cuce insieme due detti, probabilmente autonomi, ma che hanno un tema comune: lo stile della relazione nel rapporto generativo tra maestro e discepolo. Il primo detto mette in guarda dallo scegliere maestri ciechi, di quelli che non vedendo ti fanno cadere nel fosso. Lo sentirai qualche volta da chi verrà da te dicendoti: “Ho sentito il mio padre spirituale e mi ha detto così…”. C’è un tipo di maestro che fa solo da specchio al discepolo, in cui questo si riflette narcisisticamente non per crescere, ma per rimanere nella bambagia… Quando qualcuno verrà a dirti così, non temere, caro don Bernardino. Tu cerca solo di ricordargli: un maestro che è solo il tuo io allo specchio, il tuo doppio, è un mentitore. Ma non c’è problema, aggiungi, perché la vita e la realtà ti insegneranno le cose, magari all’inizio con un pugno nello stomaco.
Tuttavia perché tu, vescovo ancor giovane, possa dire con verità queste parole, devi vivere una condizione essenziale: vivi il tuo episcopato rimanendo sempre discepolo del Signore: «un discepolo non è più del maestro…» (Lc 6,40). Se vuoi essere un maestro, un padre, una guida ascoltata devi rimanere dal mattino alla sera discepolo del Signore, non in balìa degli altri, ma ai piedi del Signore che parla. Puoi salire sulla cattedra solo se rimarrai sempre nell’ultimo banco ad ascoltare la Parola che inquieta, purifica, rinnova, torchia l’anima e consola lo spirito. Lo dico a te, caro don Berna, perché so che lì nel tuo profondo c’è un terreno pronto ad accogliere, volonteroso a capire e disposto a cambiare. Tu diventi vescovo a quasi cinquantacinque anni: non temere a quell’età san Carlo aveva già compiuto il suo ministero e san Tommaso aveva scritto la sua monumentale opera. Verranno da te anziani sacerdoti vestiti di canizie e ti guarderanno con tenerezza; si accosteranno a te laici saggi da valorizzare e pretoriani che ti baceranno l’anello per i propri interessi; verranno a te bambini e giovani lasciati soli a cui dare tempo e cuore; verranno a te famiglie dal cuore ferito e dalla vita contorta: non temere, se tu rimarrai discepolo del Maestro, diventerai padre e guida di tanti discepoli. Così prego e ti auguro di cuore.
* La pagliuzza e la trave: il rischio della decisione. «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6,40-41). È difficile distinguere la pagliuzza dalla trave, perché la pagliuzza è nell’occhio degli altri, mentre la trave è nel mio. È difficile riconoscerla perché c’è di mezzo l’ego del mio io e il mistero dell’altro, ed entrambi hanno un lato che rimane sempre in ombra. Allora prima di togliere la pagliuzza altrui, dimenticando la trave propria, è necessario prendere il collirio della misericordia e il balsamo del disinteresse. Per vedere e giudicare bene, bisogna non precipitare. Dalle mie parti si dice che per conoscere bene una persona bisogna mangiare insieme con lei almeno un chilo di sale (fino). E quando occorre decidere o reagire ho visto che mi ha fatto sempre bene la regola delle tre notti: non decidere e non rispondere su cose importanti prima di lasciar passare tre giorni e tre notti. Perché il tema o il problema ti apparirà nella sua giusta distanza e proporzione.
Poi in ogni caso verranno i giorni difficili della solitudine, delle scelte e delle decisioni. Te lo dico di cuore, non circondarti di yesmen o chierichetti, ma scegli persone mature e sagge. Il cerchio magico che sta intorno ai guru e ai capi ha bisogno di un idolo da adorare, il pastore ha bisogno di compagni di viaggio capaci di edificare e allenàti a portare gli zaini. Un tempo si diceva con vago tono terroristico che la parrocchia o la diocesi ha il pastore che si merita, ma questo slogan ha anche un possibile significato positivo: pastore e popolo si edificano a vicenda senza confusioni di ruoli, ma senza esclusione di fatiche e di confronti. Una volta sentii la storia di un vescovo mandato a commissariare una diocesi: un monsignore locale di lungo corso disse argutamente: «Lo accoglieremo con fede e lo educheremo con amore!». Tu vai in una regione e in due diocesi che hanno la loro storia e la loro fama: solo se il Vangelo è percepito come salutare per sé stessi diventa contagioso anche per gli altri, e non c’è pagliuzza o trave che possa impedire la vista o che sia impossibile da rimuovere. La vicenda del cristianesimo con la sua cavalcata nella storia lo insegna.
* Il rovo e l’uva: la prova della valutazione. «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero, infatti, si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo» (Lc 6,43-44). L’albero buono si riconosce dai suoi frutti, dice la saggezza universale, e il Vangelo la riprende con due belle variazioni affermando che i fichi non nascono dagli spini, né l’uva fa il grappolo sul rovo. Tu vedrai che l’argomento dei frutti verrà usato come un passe-partout (parrocchie, movimenti, santuari, nuove formazioni laicali, gruppi, ecc.) perché molti ostenteranno i frutti per ottenere il riconoscimento della bontà dell’albero. Ma valutare non è sempre così evidente, ci sono frutti che sembrano ubertosi e gustosi, ma poi il baco o il verme li corrode con il passar del tempo. La durata è il vero vaglio per la bontà dei frutti e la salute dell’albero.
A te però non devo spiegarlo, perché in questi ultimi vent’anni hai accumulato un antidoto infallibile per riconoscere la bontà dei frutti. Hai amato le famiglie così come le conoscevi, con le loro storie e le loro gioie, le loro fatiche e i loro drammi, e per questo sai che il frutto cresce a caro prezzo, deve durare nel tempo, è sempre minacciato, perché il frutto del Vangelo non è una mela o un avocado, bello a vedersi e buono a gustarsi come il frutto dell’albero della Genesi, ma dev’essere anche «desiderabile per acquistare saggezza» (Gn 3,6). Il frutto buono è la saggezza della vita e soprattutto la famiglia è il luogo per trasmettere e imparare la saggezza delle relazioni, della cura, della prossimità, in una parola la sapienza della vita. Ci sono qui tante famiglie a far festa: esse sono il vero frutto del Vangelo, perché sono il grembo della vita difesa, promossa, cresciuta e lasciata andare.
Caro don Bernardino, vorrei concludere con testo a me molto caro, che ho citato nel giorno dell’estremo addio di un mio compagno che ha amato tantissimo le famiglie. Il testo è di un amico di Paolo VI, il primo laico che fu invitato al Concilio Vaticano II, Jean Guitton (1901 – 1999). Scrisse un testo intitolato “un prete per amico”: di cui vi propongo alcuni passaggi, ma notate che il soggetto è la famiglia.
Una famiglia, dunque, che non possa appoggiarsi sull’amicizia soprannaturale di un prete gli manca qualcosa di essenziale. Il matrimonio, infatti, è ben altro che una compagnia, un tandem, ben altro che una colleganza e persino che un legame. L’unità (tra i due) vi è impegnata di continuo come la purezza, la pace, come ciò che vi è di più di squisito nel mondo. Vi è impegnata di continuo nelle tentazioni che sorprendono gli sposi a rivendicare una propria vita autonoma, di riservarsi una felicità a parte.
Possono aversi anche delle diserzioni verso l’alto, quando uno dei due si costruisce una sorta di “giardino mistico” nel quale l’altro non può più entrare. Vi è compromessa dai guai, dalle preoccupazioni della vita, dalle malattie, dai timori, dalla scarsezza di generosità, di perdono e di oblio.
Ed è qui che può agire correttamente il prete amico, ricordando agli sposi l’ideale dei primi giorni, tanto più belli, quanto più sono ora maturati dalla prova. Solo che il prete amico ha da rendersi conto – mi permetto di ricordarlo a tutti confratelli presenti! – che se è vero che ogni anima differisce da ogni altra anima e ancor più vero che ogni coppia differisce da ogni altra coppia, nata ciascuno nell’universo come una costellazione nuova che non assomiglia a nessun’altra. E toccherà a lui, al prete amico, di conoscere così bene questa costellazione, da poterla aiutare a conoscersi in sé stessa”. (J. Guitton, I laici nella Chiesa. Da Newman al Concilio Vaticano II, Ancora, Milano 1964, pp. 165s.)
A te don Bernardino lascio questo testo come viatico augurale. Chi di voi qui presenti lo ha avuto come prete amico della famiglia sa che queste parole sono vere soprattutto per lui e per tutti noi. Da oggi le famiglie, e non solo quelle della Diocesi di Grosseto – Pitigliano – Sovana – Orbetello, hanno un nuovo vescovo per amico!
+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

