Sabato 10 giugno, nella cattedrale di Novara, il vescovo Franco Giulio ha ordinato cinque nuovi sacerdoti. Tre arrivano dalla diocesi di Novara: don Lorenzo Armano (della parrocchia di san Giovanni Battista di Alagna); don Samuele Bracca (della parrocchia di san Pietro a Casalvolone) e don Luigi Donati (della parrocchia del Sacro Cuore e di san Quirico a Domodossola). Due appartengono all’Istituto della Carità di Antonio Rosmini: padre Camille Temon-Lenguewo e padre Anselmo Elman Mammadov.
QUI IL RACCONTO E LA FOTOGALLERY DELLA CELEBRAZIONE
Di seguito pubblicamo il testo integrale della sua omelia.
Preti nell’età delle passioni tristi
Omelia alle ordinazioni sacerdotali 2023
Carissimi Lorenzo, Samuele, Luigi, Anselmo e Camillo,
cari familiari, cari sacerdoti e
cari amici e superiori dell’Istituto della Carità
fondato dal Beato Antonio Rosmini,
comprenderete l’emozione del Vescovo di fronte alla solennità di questo momento. Sono ugualmente commosso e colpito, anzi in un certo senso sorpreso, per i testi che avete scelto per la Liturgia della Parola di questa celebrazione.
1. Comincio dalla prima lettura tratta dal libro del Qoèlet (1,2-11). Mi sono domandato quale sia stato il motivo ispiratore che vi ha condotto a scegliere questo brano. Ho tentato di trovare il filo rosso e tradurre il contenuto di questo singolare testo, noto per il suo pessimismo, in un messaggio di coraggio, di fiducia, di attenzione, di prossimità non tanto per questa celebrazione, ma soprattutto per il tempo nuovo che si apre davanti a voi candidati al sacerdozio. Questa prima pagina tratta dal libro del Qoèlet ci presenta uno sguardo deluso e deludente sulla realtà delle cose:
“Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità” (Qo 1,2).
Il termine “vanità”, che qualcuno traduce soffio e secondo cui tutte le cose sono un soffio, dice l’impalpabilità della vita. Tale sguardo piuttosto deluso, quasi implicito e inconscio come traspare dal testo, corrisponde allo sguardo che noi abbiamo sul tempo che viviamo. Uno psicologo e filosofo nel 2003 pubblicò un volume intitolato: Miguel Benasayag – Gérard Schmit, Les passions tristes. Suffrance psychique et crise sociale, La Décuoverte, Paris, 2003 (tr.it., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2013) affermando che noi adulti rappresentiamo ai giovani la nostra età come un’epoca di crisi, un tempo duro, difficile, minaccioso, per prepararsi al quale occorre vestire l’armatura, prendere in mano lo scudo e la spada. È un’epoca di cui avere paura e quindi occorre attrezzarsi, corazzarsi per resistere contro di essa! L’autore ha imparato tutto questo nella sua pratica psicanalitica attraverso un lungo cammino di accompagnamento dei giovani, che appaiono ansiosi, timorosi, incerti, diffidenti. In tal modo però – dice Benasayag – noi trasmettiamo un’immagine aggressiva e minacciosa del mondo.
Preti nell’età delle passioni tristi
Omelia alle ordinazioni sacerdotali 2023
10-06-2023
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Ebbene stamattina, nonostante il Qoèlet, io sono qui a dirvi che il mondo è diverso! Basta amarlo, basta stargli vicino, basta volergli bene! Il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI, ancora prima di diventare papa ebbe a dire una cosa molto bella e che oggi consegno a tutti, in particolare ai giovani e ai ragazzi qui presenti: “Ognuno di noi nasce nel proprio tempo, con i propri condizionamenti, con la propria famiglia, con le proprie storie, e questa è una realtà che va conosciuta e non si può far finta che non esista, perché prima o poi presenterebbe il conto”. Tuttavia, papa Benedetto aggiungeva: “ciascuno però può giocare la partita della sua vita da capo!” E si può vincere.
La lettura tratta dal Qoèlet mi ha suscitato allora un pensiero che vorrei trasmettervi e che collego alla grande figura di Rosmini, come è giusto che sia anche per dovere di ospitalità e di simpatia con gli amici rosminiani che saranno ordinati con voi oggi. Guardiamo alla sua figura: nasce nel 1797, una manciata d’anni dopo la rivoluzione francese. Ventenne, poco dopo il congresso di Vienna, vive nel periodo cosiddetto della Restaurazione. Partecipa poi ai moti risorgimentali. Condivide il “periodo magico” del romanticismo, diventa grande amico di Manzoni. Trascorre il periodo dall’estate 1848 al 1° novembre 1849 a Roma con la missione di promuovere la lega degli stati italiani. Muore poi a cinquantotto anni.
E noi dovremmo aver paura di un’epoca come la nostra?! Ciò rivela come è corto il nostro orizzonte. Manifesta che la storia che ci ha preceduto non ci ha insegnato nulla, anzi che siamo ripiegati sul nostro piccolo orizzonte di vita. I cinquant’anni della vicenda umana e intellettuale di Rosmini furono tremendi, eppure in quel periodo scrisse l’opera per cui viene ricordato ancor oggi “Delle cinque piaghe della Chiesa”. È un testo di sfida, persino con qualche tratto di ingenuità, ma è giusto che sia così per tutti i sognatori. Egli descrive il primo millennio in modo romantico come l’età bella della Chiesa, con i Padri antichi, anche se allora se le davano di santa ragione per la dottrina sulla Trinità e per Gesù Cristo, e non come noi oggi per le nostre quisquilie. Poi descrive il secondo millennio, dopo la riforma gregoriana come un periodo di involuzione. C’è forse un tratto ingenuo nella sua descrizione dello sviluppo storico della vicenda della Chiesa e tuttavia le sue conclusioni, le “cinque piaghe”, diventano cinque ferite che danno la vita al mondo e che avranno il loro frutto nel Concilio Vaticano II, oltre cento anni dopo! Ecco dunque lo sguardo sul mondo nel quale vi apprestate a diventare preti! Rosmini fu un grande personaggio che ha saputo vivere appieno e ha compreso il suo tempo, anzi così l’ha “profeticamente” anticipato! Egli ha avuto l’unico “difetto” di nascere un secolo prima, fuori tempo, non nel senso di chi arriva dopo, ma di chi è ha anticipato il suo tempo.
Vi illustro allora l’atteggiamento da tenere di fronte al mondo odierno attraverso due verbi che ho ampiamente sviluppato nel testo che ho scritto in memoria di Papa Benedetto: “stare e comprendere”. Ecco l’importanza dell’atteggiamento con cui dovrete essere capaci di leggere il tempo presente. Nel libro del Qoèlet c’è un bellissimo procedimento polare:
“Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.
(…)
Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Ecco, questa è una novità»?
(…)
Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito”. (Qo 1,8a.9.11)
È uno sguardo deluso, negativo e pessimista e tuttavia anche questo sguardo deve aprire una finestra, come accadrà nel seguito del libro, sulla speranza per il futuro. Rosmini rimase a Roma tentando di costruire l’unità d’Italia: come dicevo nel ‘48-‘49, era stato anche preconizzato cardinale, ma poi trascorse gli ultimi cinque anni della sua vita a concludere la sua grande opera.
Desidero dunque trasmettervi uno sguardo sul mondo che sia positivo, che non significa ingenuo: dentro le ferite, le difficoltà, e anche le passioni tristi di questo tempo, noi dobbiamo indicare quel minimo d’azzurro che è necessario per vivere, perché crediamo in Gesù, e non a noi stessi! E ciò è molto importante come atteggiamento. Per non essere persone amare, negative, occorre “stare” nella relazione con Lui per “comprendere” e capire il nostro tempo.
2. Per il Vangelo avete scelto un brano molto amato da me (Mc 14,12-16.22-26) e che ci presenta l’ultima cena. Il testo è introdotto da una frase molto significativa, che potrebbe essere assunta a motto del vostro ministero presbiterale:
“I suoi discepoli gli dissero: “Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?“. Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. (Mc 14, 12b-14)
il ministero presbiterale ha come momento centrale, come fonte zampillante, come roveto ardente questo: “preparare perché Gesù possa mangiare la Pasqua con i suoi discepoli!”. Oggi potremmo apparire discepoli un po’ dispersi, ma non è che i discepoli di Gesù fossero così diversi, neppure quelli della prima ora, perché vi troviamo anche uno zelota, un terrorista…
E tuttavia, oggi come allora, dobbiamo preparare la Pasqua per i suoi discepoli! Per farlo non bastate voi da soli. Bisogna avere l’occhio per individuare il segno decisivo “nell’uomo che porta una brocca d’acqua”.
“Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua”.
Di solito erano le donne che andavano a prendere acqua alla fontana. Accadeva così nei nostri paesi ancora negli anni ’50-’60 del Novecento. Nel testo evangelico se è un uomo che porta la brocca è un segno evidente. Nel vostro prossimo ministero ci vorrà l’occhio per individuare tutti coloro che portano la brocca per preparare insieme con voi la Pasqua! Da soli non basta. Perché un ministero che agisce da solo può essere anche vincente, applaudito, può persino permettere di cambiare il profilo tutti i giorni su Facebook, può fare fuochi d’artificio. Ma quando ti spegni tu, anche il tuo ministero svanisce. Se invece hai agito dentro il grande fiume della tradizione, dentro il fiume inarrestabile della Chiesa che cammina nel tempo, allora tu avrai aumentato il livello dell’acqua che nasce dalla sorgente viva e potrai consegnarlo anche agli altri. Capita di vedere a volte sacerdoti anziani, saggi d’animo e che sono contenti di lasciare il loro posto a qualcuno che porti avanti il tanto e buon lavoro che essi hanno fatto. Quelli che, invece, non sono contenti è da temere che il loro sia stato tanto e buon lavoro, proprio perché hanno identificato il lavoro con se stessi. Identificare l’opera con sé stessi è un principio di morte.
Tutta la vostra vita consisterà nel preparare l’incontro vivo dei discepoli con la Pasqua di Gesù. Dire la Pasqua di Gesù è dire qualcosa che trasforma la vita, passa attraverso la croce e sfocia nel trionfo della risurrezione. È un trionfo che non azzera i segni della passione, ma li porta trasfigurati dentro di sé. È la vita risorta di chi ha donato tutto sé stesso e che rimane nei segni della passione fin nel Cristo giudice. Ricordiamo il Cristo di Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina che, pur con il gesto severo del giudizio, raffigura le sue mani e il suo costato che mostrano le piaghe della Crocifissione.
Dovrete essere sacerdoti concentrati su questo: condurre e far partecipare la gente alla Pasqua di Gesù. Anche i riti, i gesti e le parole, anche le iniziative e le opere, devono far sentire l’incontro vivo e bruciante con la Pasqua di Gesù.
3. Finalmente arriviamo alla seconda lettura (Gc 2,14-24.26) che può essere stata ispirata dagli amici rosminiani. Essa ci parla di una fede che, senza la carità, non è una vera fede. È interessante rilevare come nel versetto finale l’apostolo sembri opporsi alla tesi di Paolo. San Giacomo afferma che l’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede. Aldilà della discussione teologica – Lutero per questa ragione chiamava la lettera di Giacomo “la lettera di paglia” – la fede non è solo un sentimento, ma è un’opera. Nel primo testo del Nuovo Testamento, che è la lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi, si parla dell’“operosità della vostra fede” (1Ts 1,3). La fede è una pratica e ce ne stiamo dimenticando tutti. Molti oggi agiscono solo spinti dal sentimento: faccio una cosa solo perché mi sento di farla. Non si possono fare le cose solo se ci si sente, le cose importanti della vita non si fanno solo se ci emozionano, anche perché le cose stesse ci sfidano, ci mettono per strada, ci fanno crescere, creano condivisione attorno a noi. Rosmini, che potremmo chiamare il santo dell’intelligenza, ha fondato un istituto chiamandolo “Istituto della Carità”. Fu geniale in questo. Egli parlava certo della Carità intellettuale, perché aveva compreso che non basta sfamare la gente di pane materiale, riempiendole la pancia, ma è necessario istruire la gente perché da sola impari a sfamarsi. Ciò avviene solo con un salto intellettuale, con una promozione culturale, e soprattutto questo è Carità. Noi abbiamo ridotto la carità all’elemosina, non all’operosità della fede. Come è stata operosa la fede dei vostri genitori, dei vostri fratelli, delle vostre famiglie!
Dice l’apostolo Giacomo:
Uno potrebbe dire: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”. (Gc 21,18)
È un chiasmo efficace, diciamo anche noi con san Giacomo: “con le mie opere ti mostrerò la mia fede…”: è come dire che con i miei gesti di amore ti mostrerò la mia fede. Questo è ciò che dovete fare. La gente, i giovani, le persone che vi saranno affidate ascolteranno quel che dite per i primi anni, perché siete giovani e simpatici, ma poi cominceranno a guardare le vostre opere. Vi auguro che le vostre opere manifestino sempre la vostra fede.
+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara
