«Un cuore che ascolta in un luogo deserto». Omelia nella giornata della Vita Consacrata

Sabato 7 febbraio presso il convento di San Nazzaro della Costa a Novara si è tenuta la celebrazione diocesana della Giornata mondiale della Vita consacrata, presieduta dal vescovo Franco Giulio Brambilla. Di seguito pubblichiamo il testo integrale della sua omelia.

 

Un cuore che ascolta in un luogo deserto

 

Esprimiamo la nostra gratitudine per l’accoglienza ricevuta in questo luogo, che già da qualche anno si sta rivelando a giusta misura per il nostro incontro della Giornata diocesana della vita consacrata, dalla celebrazione liturgica fino al momento conviviale. Questa Chiesa francescana è ospitale e ci aiuta a vivere una giornata con un po’ più di intimità, di respiro, e permette di ricaricare le batterie della vita di consacrate e consacrati.


UN CUORE CHE ASCOLTA IN UN LUOGO DESERTO
Omelia nella Giornata della vita consacrata 2026
07-02-2026 Download


La Parola di Dio di oggi, tratta dal sabato della quarta settimana del Tempo Ordinario, ci propone la lettura semi-continua del Libro dei Re e del Vangelo di Marco.

  1. I due polmoni della vita consacrata

Inizio la mia riflessione dal Vangelo di Marco che ci presenta Gesù, tutto pressato dalla missione – è la seconda volta (la prima è riferita alla chiamata degli apostoli essi pure inviati Mc 3,13-19) – e racconta il primo invio dei discepoli. Il testo all’inizio ci riferisce il resoconto che i discepoli fanno al loro ritorno:

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato (Mc 6,30).

È un resoconto entusiasta e vittorioso! Ma Gesù dice loro:

«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6, 31).

Il testo originale greco dice, εἰς ἔρημον τόπον/eis éremon tópon, mettetevi in disparte andando in un luogo eremitico. Non si può vivere la dimensione del dare, se non ci si riserva il momento del ricevere. Infatti, se la vita è tutta un dare (e un fare) senza ricevere, rischieremmo di esaurirci in fretta. Allo stesso modo con cui i nostri polmoni hanno la necessità di inspirare e non solo di espirare, altrimenti moriremmo in fretta. Questa è la prima grande regola della vita religiosa e della vita consacrata. Vedremo poi in particolare il motivo, ma già questo ritmo è molto importante.

Certamente capita anche a noi di tornare a casa alla fine di una giornata e riferire, come gli apostoli, ciò che abbiamo fatto, di raccontare le cose buone che abbiamo potuto compiere. Ma Gesù dice anche di ritagliarsi un momento per mettersi in disparte, in un luogo deserto.

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte (Mc 6,32).

Siamo coscienti del fatto che tutti noi, sacerdoti compresi, dobbiamo saperci riservare un momento per stare in disparte e ce lo dobbiamo riservare come un punto fermo. Non ci verrà naturale: dobbiamo volerlo con volontà ferma e a denti stretti! Infatti, il testo subito dopo aggiunge:

Molti però li videro partire (verso il luogo solitario) e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero (Mc 6,33).

È un testo molto fine, che amo molto, perché ci fa comprendere che se non ti riservi un tempo personale, il bisogno ti precede (“Li precedettero”). Il bisogno che sta d’attorno ti rapisce e se non si è fermi nel proposito di riservarsi un tempo per sé, si rimanda con il rischio di prosciugare le proprie energie. Questo è il primo polmone della vita consacrata: riservarci tenacemente un luogo per ritrovare noi stessi e cercare Dio.

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose (Mc 6,34).

La folla, che è fatta dai piccoli senza pastore, in modo confuso si agita, talvolta con la chiacchiera che anima le nostre case. Rimarrà una folla indistinta, di cui non si vede il bisogno, se non abbiamo gli occhi puliti dal collirio ritrovato nel luogo deserto.

L’altro polmone della vita consacrata ci chiede di avere uno sguardo di compassione (gli americani hanno fatto studi sul tema della compassione/compassion) che significa vivere empaticamente nei confronti del bisogno. Per vederlo però è necessario avere il cuore libero. Un cuore libero si costruisce, si alimenta, si nutre, si purifica solo in un luogo deserto, solitario. Tale è la fisiologia della vita consacrata. Così sarebbe anche per l’esistenza di ogni cristiano, ma lo è in modo particolare per la vita consacrata. Questo è anche il mio dramma, che vedendo cioè la vita consacrata diminuire, non solo quella femminile ma anche quella maschile, temo che poi anche la vita cristiana di ognuno di noi non abbia più un luogo, un riferimento in cui veda specchiato in modo nitido come dovrebbe essere.

Anche la vita dei cristiani ha bisogno di un luogo deserto di fronte all’incombere dei bisogni, alla pressione dei bisogni, alla precedenza dei bisogni, pensate soltanto a una famiglia. Ho fatto esperienza personale di questa realtà seguendo le famiglie di bambini disabili, legati all’associazione La Nostra Famiglia. Lì il bisogno non lo decidi tu, ce l’hai davanti, ti precede, ti segue, perché il bambino disabile è sempre davanti a te! Qualche volta lo dico ai sacerdoti (me compreso): noi non reggeremmo un bambino disabile neanche un’ora alla settimana. Quando vedo quelle mamme e quei papà con situazioni difficili e gravi, avverto un sento di mediocrità nel mio essere prete e vescovo! Noi dobbiamo dunque rappresentare, vale a dire “rendere presenti”, questi due polmoni della vita consacrata nella grande sinfonia della Chiesa. In sostanza sono i due polmoni di ogni vita cristiana, ma sotto un profilo particolare.

  1. Le due dimensioni della vita cristiana

Per approfondire questo tema ci facciamo aiutare dalla prima lettura, tratta dal primo libro dei Re (1Re 3,4-13), nella quale è contenuta la grande preghiera di Salomone. È il momento che precede la sua intronizzazione come re. Dice il testo:

A Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda» (1Re 3, 5).

È interessante notare che la dimensione del sogno, già con Adamo, è la dimensione dove si sperimenta qualcosa che è sopra di noi, l’incontro con Dio. Ad Adamo viene consegnata la donna in un contesto di sogno (Gn 2,21); così per Abramo (cfr. Gn 15,12). Il sogno è il luogo dove si tocca l’esperienza limite dell’umano nell’incontro con Dio.

Gli antichi esprimevano in tal modo l’esperienza della rivelazione di Dio, ma forse lo fanno anche molti moderni. Cosa dice in sogno il Signore a Salomone? Ascoltate: egli proclama una delle cose più belle.

«Tu hai trattato il tuo servo Davide, mio padre, con grande amore, perché egli aveva camminato davanti a te con fedeltà, con giustizia e con cuore retto verso di te. Tu gli hai conservato questo grande amore e gli hai dato un figlio che siede sul suo trono, come avviene oggi. 7Ora, Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi» (1Re 3,6-7).

Sarebbe bello ascoltare queste parole dai giovani preti, ma anche da quelli avanti negli anni perché, per trovare il fondamento della vita, si deve rimanere bambini come all’inizio. Lo dice il Vangelo!

«Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile» (1Re 3,7b-9)

È il segreto della preghiera di Salomone! Quando nel 1970 frequentavo il primo anno di teologia per diventare prete, si leggeva un commento alla preghiera di Salomone di René Vouillaume (1905 – 2003), uno dei discepoli di san Charles de Foucault, fondatore dei piccoli fratelli e delle piccole sorelle di Gesù. Egli, citando il nostro brano, traduceva: “concedimi un cuore che ascolta”, un cuore docile e malleabile, un cuore che si lascia plasmare. Salomone poi continua la sua preghiera:

«Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti, chi può governare questo tuo popolo così numeroso?»  (1Re 3,9).

Il 5 febbraio, due giorni fa, è ricorso il quattordicesimo anno della mia presenza qui a Novara, e ogni superiore e superiora, o responsabile di comunità, è consapevole, così come lo sono io, quanto sia difficile e impegnativo l’esercizio del governo degli altri!

Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa» (1Re 3,10-11a)

Interessante notare come il testo sottolinei prima la domanda di Salomone come un fatto e poi dia l’interpretazione del fatto, mettendola in bocca direttamente a Dio che parla in sogno.

«Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole»” (1Re, 3,11-12).

Il dono più grande è un cuore che ascolta, il quale diventa capace di discernimento nel giudicare la vita. La traduzione “discernimento” è un po’ modernizzante, ed è diventata famosa in questi ultimi trent’anni, tanto che si sono moltiplicati i testi sul tema del discernimento, anche se risulta sempre impegnativo metterlo in atto! Cos’è il discernimento? È quello che san Tommaso d’Aquino chiamava la virtù di prudenza. La prudenza, come virtù, consiste nel fare il meglio possibile in una data situazione, con quella persona, di fronte a quel tema, a quella scelta, dinanzi a dover agire in un determinato modo. È il “meglio possibile” che fa la virtù di prudenza e non il meno possibile. In san Tommaso la virtù di prudenza non riguarda il “processo” per comprendere, ma riguarda la “decisione” da prendere: si applica alla prudenza personale, alla prudenza familiare, alla prudenza politica. È la decisione che riguarda la persona, i rapporti familiari e i rapporti sociali.

Perché questa intuizione a riguardo del discernimento e della virtù della prudenza ha a che fare con l’immagine di cui abbiamo parlato sopra a proposito dei due polmoni della vita consacrata, i quali devono essere modello ed esempio anche per la vita cristiana come tale?

Perché questo risulta essere il momento più difficile da realizzare, ed è la vera testimonianza della vita consacrata. Infatti, la vita consacrata vive rivolta “verso un luogo deserto”, “εἰς ἔρημον τόπον/eis éremon tópon”, ma non ha paura di sporcarsi le mani fino in fondo, e così diventa esemplare per la vita di tutti i credenti.

Molti in questo tempo strologano sui carismi, tuttavia non si riesce a indicare un criterio per illuminare la differenza tra i carismi. Ci sono carismi che manifestano maggiormente la dimensione escatologica della vita, che quindi devono puntare di più, pur rimanendo nel mondo, a mostrare i contorni nitidi che devono emergere dall’azione cristiana del mondo (la vita consacrata); altri carismi, invece, sono così immersi nel mondo che non devono perdere i contorni limpidi della fede, ma viverli nella carne e nel sangue, con un bambino disabile o con un anziano, nella vita di famiglia e nella testimonianza professionale (la vita nel secolo).

Qui allora sono presentati i due temi fondamentali della vita cristiana: per parte vostra, voi consacrati sottolineate di più il momento escatologico, gli altri uomini e donne che vivono nel secolo vivranno maggiormente il momento incarnato. Occorre sottolineare bene che, da una parte, non si vive o realizza solo il momento escatologico e, dall’altra, solamente il momento incarnato, ma entrambe le dimensioni appartengono a ogni vita cristiana. Per questo i carismi si integrano e si interscambiano a vicenda.

La vita religiosa, tuttavia, ha il compito di proclamare e manifestare l’aspetto propriamente escatologico, cioè la differenza cristiana. Si comprende come in un tempo tutto rivolto all’aspetto immediato dell’esistenza, la vita consacrata sia in crisi. Per questo il carisma della vita consacrata è necessario, dal momento che tutte le vocazioni si richiamano a vicenda. Se uno sottolinea di più un aspetto, non può però perdere l’altro e viceversa. Bisogna saper cogliere sul volto della vocazione/carisma dell’altro ciò che manca alla vocazione/carisma proprio.

Lo spirito di discernimento ci aiuta a comprendere in che modo ognuno deve dosare questi aspetti della vita cristiana come tale, nella quale tutti abbiamo bisogno di preghiera e di azione. Perciò abbiamo necessità di un cuore che ascolta, di un cuore docile! Dobbiamo portare nel cuore questa intuizione, perché ogni volta che ce ne sarà bisogno ci scuota e dia nuovo slancio alla nostra vita. Questo auguro a tutti voi!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

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