Storia del Battistero

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L’antico battistero paleocristiano, costituisce il più antico monumento cristiano di Novara in quanto risiede ai primordi della Chiesa novarese (sec. V).Fu edificato per iniziativa dei primi Vescovi e le maestranze dovettero venire da Milano, allora capitale dell’impero.

Con l’intervento radicale sulle strutture, eseguito tra il 1959 ed il 1966, sotto la direzione del prof. Umberto Chierici della Soprintendenza ai Monumenti del Piemonte, e dopo l’ultimo restauro conservativo durato tre anni (1997-99), è possibile rintracciare le varie fasi del monumento, che sorge su di un’area già edificata nel sec. II – III d.C., come attestano le fondazioni ed i resti pavimentali di una domus.

Dallo studio dei mattoni ultimamente si è determinata l’età di costruzione che è compresa tra il 433 e il 466.

L’edificio
Si tratta di un edificio a pianta centrale, con perimetro di forma ottagonale che alterna absidiole rettangolari e semicircolari estroflesse all’esterno. La larghezza massima interna è di m. 10,50 mentre l’altezza massima fino alla sommità della calotta centrale è di m. 21,50; lo spessore del muro parietale è di m. 0,50. In elevazione l’edificio si può considerare paleocristiano sino alle finestre ad arco a tutto sesto della zona centrale, mentre l’innalzamento della cupola risale al sec. XI. Sotto i coppi tipici della copertura medievale, la calotta conserva ancora gli antichi tegoloni romani congiunti da una spessa malta.

Notevole interesse rappresenta l’aspetto architettonico strutturale, in cui le colonne di marmo, scanalate e arricchite di capitelli corinzi del sec. II d.C., svolgono solo una funzione ornamentale, mentre la parte portante poggia sulla muratura legata insieme, nei punti di cerniera delle absidiole, da poderosi parallelepipedi di serizzo.

All’esterno risultano ancora visibili tracce dell’intonaco rossiccio che rivestiva tutto l’edificio. L’interno doveva essere decorato a mosaico con probabili tematiche figurative; qualche frammento superstite del mosaico ornamentale originario lo si trova ancora su di una finestra nella zona verso sud.

La pavimentazione ad opus sectile con marmi bianchi e neri, oggi è completamente scomparsa ad eccezione di alcuni frammenti nelle absidiole.
Al centro si apre l’impianto della vasca ottagonale, di cui rimangono superstiti i gradini della parte inferiore, anche se privi del rivestimento.
Tra il sec. XI e il XII l’edificio venne rialzato nella parte centrale per metterlo in sintonia con la trasformazione della Basilica nel Duomo romanico.

Gli affreschi
Un ignoto e grande pittore, oggi comunemente indicato come il Maestro dell’Apocalisse di Novara, ha affrescato l’interno con temi trattati dall’Apocalisse. Nel disco centrale, quasi nuovo sole, si trovava “ritto in mezzo al trono un agnello come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti mandati su tutta la terra”. Oggi non è più visibile per l’apertura della lanterna settecentesca. Attorno all’agnello, in otto grandi specchi, si intravedono i quattro esseri viventi, un leone, un vitello, un uomo, un’aquila intervallati da angeli che hanno molti occhi nelle ali. I quattro esseri hanno ciascuno sei ali e sono costellati di occhi davanti e dietro a simboleggiare la scienza universale e la provvidenza di Dio.

Si scende poi di un registro e sul tamburo della cupola si trovano raffigurate otto scene che illustrano i capp. 8-9 e 12 dell’Apocalisse, in una precisa cesura dello spazio, costituita da colonne con una trabeazione continua al di sopra dei capitelli. Comune a tutti gli episodi è la divisione dello spazio di ogni quadro in quattro strisce sovrapposte di egual misura: giallo-bruna, l’inferiore; verde, la seconda; azzurra o verdastra, la terza; di color indaco cupo, la superiore. Le fasce decorative anno un elaborato motivo a nastro continuo, che forma una greca, con rossi, gialli e verdi, interrotti da tabelle rettangolari in cui sono raffigurati dei pesci su fondo di vario colore. In ogni angolo del tiburio a scandire lo spazio è dipinta una colonnina rossastra, con capitello corinzio giallo-bruno e base bruno-verde.

All’interno di ogni rettangolo delle scene si trovano raffigurati i sette squilli delle trombe angeliche che sono connessi con l’apertura dei sette sigilli del libro tenuto dall’agnello. La prima scena raffigura l’Angelo dinnanzi all’Altare degli incensi. La seconda scena, il primo squillo di tromba con il fuoco e la grandine; la terza scena il secondo squillo con il monte incandescente che precipita nel mare; la quarta scena il terzo squillo con la caduta della stella Assenzio e l’inquinamento di tutte le acque; la quinta scena il quarto squillo con l’oscurarsi di un terzo del sole, della luna e degli astri; la sesta scena il quinto squillo con il pozzo che sale dall’abisso e le cavallette che invadono la terra; la settima scena il sesto squillo con i quattro angeli della distruzione.

Questa scena però non è visibile in quanto coperta dalla rappresentazione del Giudizio universale, con Cristo in maestà e gli apostoli che reggono il cartiglio del credo, dipinto da un pittore novarese della metà del sec. XV, forse Joannes de Campis. L’ultima scena presenta il settimo sigillo con la donna e il drago rosso. La donna è il simbolo della Chiesa, che, con l’aiuto divino, sarà vittoriosa contro le persecuzioni e le insidie del male, ma viene raffigurata con i tratti di Maria, che, dando alla luce il Cristo, costituisce l’immagine più viva della maternità della Chiesa. Il Maestro di Novara si ispira al racconto interpretativo dell’Apocalisse di Beatus, autore spagnolo del sec. VIII. Si tratta di una tematica di derivazione agostiniana che presenta tutta la storia dell’umanità come lotta contro il male, sino alla vittoria definitiva del Cristo.

La collocazione artistica del Maestro di Novara rimase discussa, non ci sono dubbi invece sull’altissima qualità dei dipinti, che denotano analogie con opere coeve venete (Bardolino), lombarde (in particolare gli affreschi di Galliano e di Civate) e piemontesi (Oleggio e Borgovico). Non mancano punti di incontro con miniature del tempo, in particolare con quelle del Sacramentarlo di Warmondo di Ivrea e riferimenti a modelli elaborati dalla stessa corte imperiale da Ottone II ad Enrico III. Per quanto riguarda la datazione, permangono delle divergenze tra gli studiosi. Mentre il Chierici, lo scopritore, li data alla fine del sec. X, seguito dal Bologna e dalla Mutherich, la Segre Montel, insieme alla Al-Hamdani li colloca invece alla prima metà del sec. XI e per una attribuzione al sec. XI si pronuncia anche la Wettstein. Tale data (primo o secondo decennio del sec. XI) è stata confermata da uno studio sotto molti aspetti esauriente della Mauck Bradford. La novarese Bianchi, a cui va il merito di aver ritrovato l’Evangeliario della Cattedrale, ora al museo di Cluny, ritiene possibile una datazione che può estendersi a tutto il sec. XI e protende a trovare analogie con dipinti coevi di area padana.

Prima degli ultimi restauri, il Battistero ospitava in cinque nicchie statue di terracotta colorata rappresentanti i momenti culminati della passione del Cristo. Rimangono invece gli affreschi di un buon pittore secentesto (impropriamente attribuiti al Morazzone), che facevano da sfondo alla cappella della flagellazione e qualche frammento dei dipinti della Salita alla croce di Pier Francesco Gianoli di Campertogno.

Nel lato di ovest, dove un tempo sorgeva l’altare dedicato a San Giovanni Battista, è stato collocato un manufatto romano: un sepolcro cilindrico a forma di vasca rotonda, lavorata a reticolato e a squame con una iscrizione di dedica: UMBRENAE A.F.POLLAE. DOXA. LIB. T.F.I. che vuol dire: Ad Umbrena Polla, figlia di Aulo la liberta Doxa ordinò di fare con suo testamento.

La vasca risale al II sec. dopo Cristo e venne probabilmente confezionata con destinazione funebre. L’opera è presente nel Battistero sin dall’epoca medievale quando subì un reimpiego, al centro della vasca battesimale, per agevolare il Battesimo allora conferito ai bambini con il rito ad immersione.

Le entrate nel Battistero si trovano ad est, di fronte alla facciata della basilica paleocristiana. Dovevano essere tre ed i restauri hanno consentito di recuperare almeno la struttura di due di esse, con alcuni frammenti di affreschi medievali.

In origine all’esterno un atrio, ipotizzato a forpice, accoglieva i catecumeni per i riti preparatori al battesimo.
Si può ben dire che il Battistero abbia costituito per secoli la culla del Popolo di Dio che è in Novara.