C – Missione educativa

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TESTO BASE

Non è difficile notare come il contesto culturale attuale spinga sempre di più le persone, fin dalla fanciullezza, ad inseguire anima e corpo i propri sogni e le proprie aspirazioni senza, però, allenarle alle opportune fatiche e frustrazioni. Sembra che realizzare se stessi sia l’imperativo assoluto e che se questo non avviene si sia di fronte ad una profonda ingiustizia.

In questo modo, molti giovani si ritrovano ad essere sempre in attesa della perfetta occasione (nel lavoro, negli affetti, ecc.) e rifiutano tutto ciò che non corrisponde perfettamente alle loro aspettative. Altri, invece, schiacciati dal peso dei propri limiti, si accontentano di tutto ciò che si presenta loro, senza fare discernimento e sprecando le proprie qualità.

Si potrebbe superare l’ansia da prestazione, dal dover realizzare a tutti i costi quello che si desidera e la frustrazione del non riuscirci, se si ribaltasse la domanda “Come trovo il mio posto nel mondo?” in “Cosa ha bisogno il mondo da me?”. Anzi, la prospettiva deve essere più grande, più comunitaria: “Che cosa vuole Dio da noi e cosa posso fare io in tutto ciò?”

Anche Papa Francesco ci indica questo cammino:
“[…] vorrei invitarvi a fare questo cammino, questa strada verso il Sinodo e verso Panama, a farla con gioia, farla con desiderio, senza paura, senza vergogna, farla coraggiosamente. Ci vuole coraggio. E cercare di cogliere la bellezza nelle piccole cose, […], quella bellezza di tutti i giorni: coglierla, non perdere questo. E ringraziare per quello che sei: “Io sono così: grazie!”. Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: “Ma chi sono io?”. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: “Per chi sono io?”. Come la Madonna, che è stata capace di domandarsi: “Per chi, per quale persona sono io, in questo momento? Per la mia cugina”, ed è andata. Per chi sono io, non chi sono io: questo viene dopo, sì, è una domanda che si deve fare, ma [prima di tutto] “perché” fare un lavoro, un lavoro di tutta la vita, un lavoro che ti faccia pensare, che ti faccia sentire, che ti faccia operare. I tre linguaggi: il linguaggio della mente, il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. E andare sempre avanti. E un’altra cosa che vorrei dirvi: il Sinodo non è un “parlatoio”. La GMG non sarà un “parlatoio” o un circo o una cosa bella, una festa e poi “ciao, mi sono dimenticato”. No, concretezze! La vita ci chiede concretezza. In questa cultura liquida1, ci vuole concretezza, e la concretezza è la vostra vocazione.”

Route 2018 – PER chi sono io?

Una giornata di cammino e dialogo per i giovani della Diocesi di Novara sul tema "PER chi sono io?", un altro passo verso il Sinodo dei giovani 2018. L'appuntamento è per DOMENICA 3 GIUGNO 2018, da Briga Novarese a Borgomanero. Per iscriverti: https://goo.gl/forms/ZvsI9m7GGhllcDH02 . Tutte le informazioni sul sito: https://goo.gl/ZGNRzj

Pubblicato da Giovani Diocesi Novara su mercoledì 23 maggio 2018

 

1. Ti chiedi “chi sei?” o “per chi sei?”

2. Cosa risponderesti oggi alla domanda “Per chi sono io?”

3. Se pensi a come orientare la tua vita senti la necessità di confrontarti con qualcuno? Chi?

4. Quanto la comunità cristiana ti sta aiutando a chiederti “Per chi sono io?” e con quali strumenti?

5. Cosa significa concretamente nella tua vita “fare discernimento”?


TESTO BIBLICO

Dal Vangelo secondo Giovanni (13, 1-5. 12-15)

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi

DAI DOCUMENTI DI PAPA FRANCESCO

La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. 

Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 24 novembre 2013, n. 24

DAI DOCUMENTI DEL XXI SINODO DIOCESANO

Un progetto di pastorale giovanile deve chiarire la meta, i tempi e i temi del percorso di crescita nelle diverse età su cui si distende il cammino per diventare adulti. Pur con diverse accentuazioni, esso è già operante nella nostra chiesa locale e ha subito successivi aggiustamenti dall’ultimo Sinodo (il XX) fino ai nostri giorni.
Un nuovo fenomeno macroscopico, però, sta sotto gli occhi di tutti: il periodo che va dalla pubertà all’identità adulta è diventato “interminabile”. Per questo si parla di eterna adolescenza, anticipata da fenomeni preadolescenziali precoci e attraversata da instabilità e fragilità nella costruzione di un’umanità matura e armonica. La dilazione delle responsabilità che connotano la vita giovanile, la scolarizzazione diffusa e prorogata, pur con dati preoccupanti di abbandono scolastico, la difficoltà di accesso alle prime esperienze di lavoro, la fragilità della maturazione affettiva legata a una visione consumistica dei beni e delle relazioni con i pari età, favoriscono l’illusione che c’è sempre tempo per diventar grandi. Anche perché talvolta gli adulti faticano a testimoniare la bellezza della vita riuscita nella professione, nella famiglia e nell’impegno sociale.
La meta della pastorale giovanile è, dunque, la costruzione affascinante e faticosa dell’identità personale nella fede, e ha come traguardo l’avventura di diventare uomini e donne cristiani. Ciò comporta di scoprire una partecipazione adulta alla comunità cristiana che ascolta e approfondisce il Vangelo, celebra i misteri del Signore, testimonia l’amore di Dio nel mondo, in particolare verso i più poveri.
Questo significa anche che la scelta di vita si deve collocare in una prospettiva vocazionale ed ecclesiale e che tale vocazione dà forma alla propria esistenza. Solo così, con Gesù, morto e risorto, si costruisce l’identità umana e cristiana del giovane, guardato con amore dal Padre e per questo chiamato nella chiesa e inviato nel mondo. Il Signore Gesù, nel suo cammino filiale da Nazareth a Gerusalemme, è la Via per chi lo segue, è la Verità che brilla nel cuore, è la Vita che chiama in una comunità visibile.
XXI Sinodo della Chiesa novarese, Documento finale, Liber synodalis , n. 65

DA TESTI MAGISTERIALI O ALTRE FONTI

Una comunità responsabile
Tutta la comunità cristiana deve sentirsi responsabile del compito di educare le nuove generazioni e dobbiamo riconoscere che sono molte le figure di cristiani che se lo assumono, a partire da coloro che si impegnano all’interno della vita ecclesiale. Vanno anche apprezzati gli sforzi di chi testimonia la vita buona del Vangelo e la gioia che ne scaturisce nei luoghi della vita quotidiana. Occorre infine valorizzare le opportunità di coinvolgimento dei giovani negli organismi di partecipazione delle comunità diocesane e parrocchiali, a partire dai consigli pastorali, invitandoli a offrire il contributo della loro creatività e accogliendo le loro idee anche quando appaiono provocatorie.
Sinodo dei vescovi, Documento preparatorio alla XV Assemblea generale “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, cap. 2

DAL LIBER PASTORALIS DI MONS. FRANCO GIULIO BRAMBILLA

[per i giovani 19-30 anni]
Ritrovare il “paradigma generativo” dell’educazione
Il rapporto educativo, tuttavia, rimanda alla generazione, al rapporto genitori-figli, anche se la forma paternalista di questo modello ancor oggi sconsiglia a molti di riprenderlo. È possibile indicare una concezione non paternalista del “paradigma generativo: i genitori trasmettono la vita con tutto il suo corredo in dotazione (si pensi solo alla lingua, con cui essi trasmettono il “senso” del mondo), e devono lasciare lo spazio e il tempo perché la vita trasmessa sia ricevuta come un dono e non solo come una cosa di natura. Questo spazio e tempo sono l’atmosfera della crescita della libertà. Diventar grandi non è nient’altro che il cammino con cui riconoscere il debito grato alla vita che ci è stata trasmessa.
Generare allora significa “dare alla luce’’, ma non si può farlo, se non “dando una luce” per vivere. Non è un gioco a due, genitori-figli, ma un’avventura a tre: il padre e la madre sono dispensatori della vita per conto di un Terzo. Essi trasmettono il dono e il senso del mistero dell’esistenza, perché sia promessa e appello; e perché ciascuno scelga non i genitori, ma la vita: ascolti la chiamata della vita che essi trasmettono.
Identità, generazione e cammino costituiscono, dunque, un unico processo, con cui la vita generata e donata (l’identità psichica e sociale ricevuta) apre il “cammino” (attraverso un drâma, un agire disteso nel tempo) per diventare una vita voluta (l’identità personale e vocazionale scelta). Occorre una pedagogia — da parte di famiglia, scuola, comunità, associazioni, movimenti ecc. — che trasmetta forme di vita buona liberando il soggetto e ponendolo dentro una relazione ricca e plurale, in cui si donano valori, comportamenti, salmi, decisioni, e si abilita la persona a riceverli, ad assumerli personalmente, a farne esperienza stabile e stabilizzante, a condividerli responsabilmente con altri. L’attenzione all’umano dell’agire pastorale rivela qui il suo momento più fecondo.
Franco Giulio Brambilla, Liber Pastoralis, Queriniana 2017, pp. 145-146

DOMANDE

1. Riconosci che le nostre comunità hanno la potenzialità di essere “ambienti educanti”? A cosa educano? Attraverso quali strumenti? Quale consapevolezza si ha di tale potenziale?
2. Quali modelli di educatore sono stati e sono fondamentali nella tua vita? Perché?
[solo per 19-30 anni] 3. “Condurre a sé”, “condurre con sé”, per “portare al Signore”: in che modo si può essere “educatori vocazionali”?
[solo per 16-18 anni] 4. Nel tuo essere animatore quali atteggiamenti evidenziano la volontà di condurre i ragazzi che ti sono affidati al Signore più che legarli a te?
5. Quali fatiche e ostacoli incontri nel compito educativo? Quali gioie e soddisfazioni?
6. Quali priorità ritieni indispensabili nel compito dell’educare?
[solo per 19-30 anni] 7. Nell’essere educatori si educa al pensiero critico? Come?
[solo per 19-30 anni] 8. Quali alleanze educative conosci e valorizzi? Prova a fare qualche esempio concreto.
9. Avere un educatore di riferimento ben formato è una risorsa per ogni giovane. Quanto spazio dedichi alla tua formazione?
10. Ti sembra di rispondere alla domanda: “Per chi sono io?” Come?

PREGHIERA

Da dove viene Signore
quella sete di gioia
che avvertiamo nel cuore?
Chi, se non Tu, ci hai messo
il desiderio di una vita piena, bella,
che non conosca fine?
Grazie per averci creati per il bene,
di aver fatto delle nostre esistenze
una meraviglia di misericordia.
Vogliamo continuare a lasciarci educare
dalla comunità cristiana
ad avere lo sguardo di Gesù sulla vita
e siamo ancora una volta pronti
ad accompagnare chi ci affidi
nell’avventura del crescere,
per giungere a Te, che sei il vero Bene,
Padre buono, amante della vita!