E – I fondamenti della fede: la preghiera

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TESTO BASE

Non è difficile notare come il contesto culturale attuale spinga sempre di più le persone, fin dalla fanciullezza, ad inseguire anima e corpo i propri sogni e le proprie aspirazioni senza, però, allenarle alle opportune fatiche e frustrazioni. Sembra che realizzare se stessi sia l’imperativo assoluto e che se questo non avviene si sia di fronte ad una profonda ingiustizia.

In questo modo, molti giovani si ritrovano ad essere sempre in attesa della perfetta occasione (nel lavoro, negli affetti, ecc.) e rifiutano tutto ciò che non corrisponde perfettamente alle loro aspettative. Altri, invece, schiacciati dal peso dei propri limiti, si accontentano di tutto ciò che si presenta loro, senza fare discernimento e sprecando le proprie qualità.

Si potrebbe superare l’ansia da prestazione, dal dover realizzare a tutti i costi quello che si desidera e la frustrazione del non riuscirci, se si ribaltasse la domanda “Come trovo il mio posto nel mondo?” in “Cosa ha bisogno il mondo da me?”. Anzi, la prospettiva deve essere più grande, più comunitaria: “Che cosa vuole Dio da noi e cosa posso fare io in tutto ciò?”

Anche Papa Francesco ci indica questo cammino:
“[…] vorrei invitarvi a fare questo cammino, questa strada verso il Sinodo e verso Panama, a farla con gioia, farla con desiderio, senza paura, senza vergogna, farla coraggiosamente. Ci vuole coraggio. E cercare di cogliere la bellezza nelle piccole cose, […], quella bellezza di tutti i giorni: coglierla, non perdere questo. E ringraziare per quello che sei: “Io sono così: grazie!”. Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: “Ma chi sono io?”. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: “Per chi sono io?”. Come la Madonna, che è stata capace di domandarsi: “Per chi, per quale persona sono io, in questo momento? Per la mia cugina”, ed è andata. Per chi sono io, non chi sono io: questo viene dopo, sì, è una domanda che si deve fare, ma [prima di tutto] “perché” fare un lavoro, un lavoro di tutta la vita, un lavoro che ti faccia pensare, che ti faccia sentire, che ti faccia operare. I tre linguaggi: il linguaggio della mente, il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. E andare sempre avanti. E un’altra cosa che vorrei dirvi: il Sinodo non è un “parlatoio”. La GMG non sarà un “parlatoio” o un circo o una cosa bella, una festa e poi “ciao, mi sono dimenticato”. No, concretezze! La vita ci chiede concretezza. In questa cultura liquida1, ci vuole concretezza, e la concretezza è la vostra vocazione.”

Route 2018 – PER chi sono io?

Una giornata di cammino e dialogo per i giovani della Diocesi di Novara sul tema "PER chi sono io?", un altro passo verso il Sinodo dei giovani 2018. L'appuntamento è per DOMENICA 3 GIUGNO 2018, da Briga Novarese a Borgomanero. Per iscriverti: https://goo.gl/forms/ZvsI9m7GGhllcDH02 . Tutte le informazioni sul sito: https://goo.gl/ZGNRzj

Pubblicato da Giovani Diocesi Novara su mercoledì 23 maggio 2018

 

1. Ti chiedi “chi sei?” o “per chi sei?”

2. Cosa risponderesti oggi alla domanda “Per chi sono io?”

3. Se pensi a come orientare la tua vita senti la necessità di confrontarti con qualcuno? Chi?

4. Quanto la comunità cristiana ti sta aiutando a chiederti “Per chi sono io?” e con quali strumenti?

5. Cosa significa concretamente nella tua vita “fare discernimento”?


TESTO BIBLICO

Dal Vangelo secondo Matteo (6, 5-15)
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.

Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

DAI DOCUMENTI DI PAPA FRANCESCO

[per i giovani 19-30 anni]
L’incontro personale con l’amore di Gesù che ci salva
La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più.
Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci. Abbiamo bisogno d’implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale. Posti dinanzi a Lui con il cuore aperto, lasciando che Lui ci contempli, riconosciamo questo sguardo d’amore che scoprì Natanaele il giorno in cui Gesù si fece presente e gli disse: «Io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi» (Gv 1,48).
Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita!
Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo» (1 Gv 1,3).
La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri.
Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 24 novembre 2013, n. 264

DA TESTI MAGISTERIALI O ALTRE FONTI

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. Per comprendere la bellezza della celebrazione eucaristica desidero iniziare con un aspetto molto semplice: la Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più “concreta”. Infatti è l’incontro d’amore con Dio mediante la sua Parola e il Corpo e Sangue di Gesù. È un incontro con il Signore.
Ma prima dobbiamo rispondere a una domanda. Che cosa è veramente la preghiera? Essa è anzitutto dialogo, relazione personale con Dio. E l’uomo è stato creato come essere in relazione personale con Dio che trova la sua piena realizzazione solamente nell’incontro con il suo Creatore. La strada della vita è verso l’incontro definitivo con il Signore.
Il Libro della Genesi afferma che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, il quale è Padre e Figlio e Spirito Santo, una relazione perfetta di amore che è unità. Da ciò possiamo comprendere che noi tutti siamo stati creati per entrare in una relazione perfetta di amore, in un continuo donarci e riceverci per poter trovare così la pienezza del nostro essere.
Quando Mosè, di fronte al roveto ardente, riceve la chiamata di Dio, gli chiede qual è il suo nome. E cosa risponde Dio? : «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Questa espressione, nel suo senso originario, esprime presenza e favore, e infatti subito dopo Dio aggiunge: «Il Signore, il Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe» (v. 15). Così anche Cristo, quando chiama i suoi discepoli, li chiama affinché stiano con Lui. Questa dunque è la grazia più grande: poter sperimentare che la Messa, l’Eucaristia è il momento privilegiato per stare con Gesù, e, attraverso di Lui, con Dio e con i fratelli.
Pregare, come ogni vero dialogo, è anche saper rimanere in silenzio – nei dialoghi ci sono momenti di silenzio -, in silenzio insieme a Gesù. E quando noi andiamo a Messa, forse arriviamo cinque minuti prima e incominciamo a chiacchierare con questo che è accanto a noi. Ma non è il momento di chiacchierare: è il momento del silenzio per prepararci al dialogo. È il momento di raccogliersi nel cuore per prepararsi all’incontro con Gesù. Il silenzio è tanto importante! Ricordatevi quello che ho detto la settimana scorsa: non andiamo ad un uno spettacolo, andiamo all’incontro con il Signore e il silenzio ci prepara e ci accompagna. Rimanere in silenzio insieme a Gesù. E dal misterioso silenzio di Dio scaturisce la sua Parola che risuona nel nostro cuore. Gesù stesso ci insegna come realmente è possibile “stare” con il Padre e ce lo dimostra con la sua preghiera. I Vangeli ci mostrano Gesù che si ritira in luoghi appartati a pregare; i discepoli, vedendo questa sua intima relazione con il Padre, sentono il desiderio di potervi partecipare, e gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Abbiamo sentito nella Lettura prima, all’inizio dell’udienza. Gesù risponde che la prima cosa necessaria per pregare è saper dire “Padre”. Stiamo attenti: se io non sono capace di dire “Padre” a Dio, non sono capace di pregare. Dobbiamo imparare a dire “Padre”, cioè mettersi alla sua presenza con confidenza filiale. Ma per poter imparare, bisogna riconoscere umilmente che abbiamo bisogno di essere istruiti, e dire con semplicità: Signore, insegnami a pregare.
Questo è il primo punto: essere umili, riconoscersi figli, riposare nel Padre, fidarsi di Lui. Per entrare nel Regno dei cieli è necessario farsi piccoli come bambini. Nel senso che i bambini sanno fidarsi, sanno che qualcuno si preoccuperà di loro, di quello che mangeranno, di quello che indosseranno e così via (cfr Mt 6,25-32). Questo è il primo atteggiamento: fiducia e confidenza, come il bambino verso i genitori; sapere che Dio si ricorda di te, si prende cura di te, di te, di me, di tutti.
La seconda predisposizione, anch’essa propria dei bambini, è lasciarsi sorprendere. Il bambino fa sempre mille domande perché desidera scoprire il mondo; e si meraviglia persino di cose piccole perché tutto è nuovo per lui. Per entrare nel Regno dei cieli bisogna lasciarsi meravigliare. Nella nostra relazione con il Signore, nella preghiera –domando – ci lasciamo meravigliare o pensiamo che la preghiera è parlare a Dio come fanno i pappagalli? No, è fidarsi e aprire il cuore per lasciarsi meravigliare. Ci lasciamo sorprendere da Dio che è sempre il Dio delle sorprese? Perché l’incontro con il Signore è sempre un incontro vivo, non è un incontro di museo. È un incontro vivo e noi andiamo alla Messa non a un museo. Andiamo ad un incontro vivo con il Signore.
Nel Vangelo si parla di un certo Nicodemo (Gv 3,1-21), un uomo anziano, un’autorità in Israele, che va da Gesù per conoscerlo; e il Signore gli parla della necessità di “rinascere dall’alto” (cfr v. 3). Ma che cosa significa? Si può “rinascere”? Tornare ad avere il gusto, la gioia, la meraviglia della vita, è possibile, anche davanti a tante tragedie? Questa è una domanda fondamentale della nostra fede e questo è il desiderio di ogni vero credente: il desiderio di rinascere, la gioia di ricominciare. Noi abbiamo questo desiderio? Ognuno di noi ha voglia di rinascere sempre per incontrare il Signore? Avete questo desiderio voi? Infatti si può perderlo facilmente perché, a causa di tante attività, di tanti progetti da mettere in atto, alla fine ci rimane poco tempo e perdiamo di vista quello che è fondamentale: la nostra vita del cuore, la nostra vita spirituale, la nostra vita che è incontro con il Signore nella preghiera.
In verità, il Signore ci sorprende mostrandoci che Egli ci ama anche nelle nostre debolezze. «Gesù Cristo […] è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1 Gv 2,2). Questo dono, fonte di vera consolazione – ma il Signore ci perdona sempre – questo, consola, è una vera consolazione, è un dono che ci è dato attraverso l’Eucaristia, quel banchetto nuziale in cui lo Sposo incontra la nostra fragilità. Posso dire che quando faccio la comunione nella Messa, il Signore incontra la mia fragilità? Sì! Possiamo dirlo perché questo è vero! Il Signore incontra la nostra fragilità per riportarci alla nostra prima chiamata: quella di essere a immagine e somiglianza di Dio. Questo è l’ambiente dell’Eucaristia, questo è la preghiera.
Francesco, Udienza generale, 15 novembre 2017

Mi chiedi: perché pregare? Ti rispondo: per vivere. Sì: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché? Perché vivere è amare: una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive, nel tempo e per l’eternità. E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, perché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce per vedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita. Mi dici: ma io non so pregare! Mi chiedi: come pregare? Ti rispondo: comincia a dare un po’ del tuo tempo a Dio. All’inizio, l’importante non sarà che questo tempo sia tanto, ma che Tu glielo dia fedelmente. Fissa tu stesso un tempo da dare ogni giorno al Signore, e daglielo fedelmente, ogni giorno, quando senti di farlo e quando non lo senti. Cerca un luogo tranquillo, dove se possibile ci sia qualche segno che richiami la presenza di Dio (una croce, un’icona, la Bibbia, il Tabernacolo con la Presenza eucaristica…). Raccogliti in silenzio: invoca lo Spirito Santo, perché sia Lui a gridare in te “Abbà, Padre!”. Porta a Dio il tuo cuore, anche se è in tumulto: non aver paura di dirGli tutto, non solo le tue difficoltà e il tuo dolore, il tuo peccato e la tua incredulità, ma anche la tua ribellione e la tua protesta, se le senti dentro. Tutto questo, mettilo nelle mani di Dio: ricorda che Dio è Padre – Madre nell’amore, che tutto accoglie, tutto perdona, tutto illumina, tutto salva. Ascolta il Suo Silenzio: non pretendere di avere subito le risposte. Persevera…
…Capirai allora che ciò che conta non è avere risposte, ma mettersi a disposizione di Dio: e vedrai che quanto porterai nella preghiera sarà poco a poco trasfigurato.
…Sappi, tuttavia, che non mancheranno in tutto questo le difficoltà: a volte, non riuscirai a far tacere il chiasso che è intorno a te e in te; a volte sentirai la fatica o perfino il disgusto di metterti a pregare; a volte, la tua sensibilità scalpiterà, e qualunque atto ti sembrerà preferibile allo stare in preghiera davanti a Dio, a tempo “perso”….
…tutto ti sembrerà arido e perfino assurdo nelle cose di Dio: non temere…A quel punto, sarà Gesù stesso a portare la tua croce e a condurti con sé verso la gioia di Pasqua.
…Un dono particolare che la fedeltà nella preghiera ti darà è l’amore agli altri e il senso della Chiesa.
…La preghiera è la scuola dell’amore, perché è in essa che puoi riconoscerti infinitamente amato e nascere sempre di nuovo alla generosità che prende l’iniziativa del perdono e del dono senza calcolo, al di là di ogni misura di stanchezza.
Pregando, s’impara a pregare, e si gustano i frutti dello Spirito che fanno vera e bella la vita: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Pregando, si diventa amore, e la vita acquista il senso e la bellezza per cui è stata voluta da Dio. Pregando, si avverte sempre più l’urgenza di portare il Vangelo a tutti, fino agli estremi confini della terra. Pregando, si scoprono gli infiniti doni dell’Amato e si impara sempre di più a rendere grazie a Lui in ogni cosa. Pregando, si vive. Pregando, si ama. Pregando, si loda.
Mons. Bruno Forte, Lettera sulla preghiera

Carlo Acutis muore a soli 15 anni il 12 ottobre 2006 a causa di una leucemia fulminante, lasciando nel ricordo di tutti coloro che l’hanno conosciuto un grande vuoto ed una profonda ammirazione per quella che è stata la sua breve ma intensa testimonianza di vita autenticamente cristiana.
Carlo era un ragazzo assolutamente normale. Un ragazzo che faceva le cose che fanno tutti i ragazzi di oggi: il computer, il gioco con gli amici, una vita conforme a quella che svolgevano altri suoi coetanei. L’unica sostanziale differenza è che Carlo aveva messo al centro della sua giornata l’incontro con Gesù Eucarestia.
Da quando ha ricevuto la Prima Comunione a 7 anni, non ha mai mancato all’appuntamento quotidiano con la Santa Messa. Cercava sempre o prima o dopo la celebrazione eucaristica di sostare davanti al Tabernacolo per adorare il Signore presente realmente nel Santissimo Sacramento.
Era talmente legato a quest’appuntamento quotidiano che quando facevamo dei viaggi, la prima cosa che chiedeva era se nei pressi dell’albergo ci fosse una chiesa dove lui potesse andare ad incontrare Gesù. L’Eucarestia quotidiana era una vera e propria esigenza per lui.
La Madonna era la sua grande confidente e non mancava mai di onorarla recitando ogni giorno il Santo Rosario.
Alla scuola del Redentore, Carlo ha imparato la virtù per eccellenza che è l’umiltà. Lui diceva sempre che noi siamo molto più fortunati rispetto a coloro che vissero duemila anni fa, perché loro per vedere Gesù erano limitati dallo spazio e dal tempo, mentre a noi basta scendere nella chiesa più vicina anche sotto casa e il gioco è fatto. Gesù è lì che ci aspetta.
La modernità e l’attualità di Carlo si coniuga perfettamente con la sua profonda vita eucaristica e devozione mariana, che hanno contribuito a fare di lui quel ragazzo specialissimo da tutti ammirato ed amato.
Per citare le stesse parole di Carlo: “La nostra meta deve essere l’infinito, non il finito. L’Infinito è la nostra Patria. Da sempre siamo attesi in Cielo”.
Carlo diceva che la nostra Bussola deve essere la Parola di Dio, con cui dobbiamo confrontarci costantemente. Ma per una Meta così alta servono Mezzi specialissimi: i Sacramenti e la preghiera. In particolare Carlo metteva al centro della propria vita il Sacramento dell’Eucaristia che chiamava “la mia autostrada per il Cielo”.
Era un ragazzo generoso oltre ogni misura. Si fermava a parlare con tutte le persone che incontrava per strada quando viaggiava sulla sua bicicletta. Si era organizzato per portare da mangiare ai clochard. Portava loro coperte, pasti caldi. Pensava sempre agli altri, se doveva comprare due paia di scarpe ne acquistava uno solo e l’altro lo donava ai poveri.
Gli interessi di Carlo spaziavano dalla programmazione dei computer, al montaggio dei film, alla creazione dei siti-web, ai giornalini di cui faceva anche la redazione e l’impaginazione, fino ad arrivare al volontariato con i più bisognosi, con i bambini e con gli anziani.
Era insomma un mistero questo giovane fedele della Diocesi di Milano, che prima di morire è stato capace di offrire le sue sofferenze per il Papa e per la Chiesa.
“Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita”. Con queste poche parole Carlo Acutis, il ragazzo morto di leucemia, delinea il tratto distintivo della sua breve esistenza: vivere con Gesù, per Gesù, in Gesù. (…)“Sono contento di morire perché ho vissuto la mia vita senza sciupare neanche un minuto di essa in cose che non piacciono a Dio”.
Biografia di Carlo Acutis,
dal sito Internet http://www.carloacutis.com/it/association/biografia

DAL LIBER PASTORALIS DI MONS. FRANCO GIULIO BRAMBILLA

[per i giovani 19-30 anni]
Eucarestia e Domenica
Una parola va aggiunta sul rapporto privilegiato tra giorno del Signore ed eucaristia. Il giorno del Signore connota l’eucarestia in modo pasquale. Infatti, la domenica diventa la memoria settimanale della Pasqua. E la Pasqua trova nell’eucarestia domenica è il suo momento celebrativo.
[…] I cristiani sono chiamati a custodire il rapporto tra giorno del Signore ed eucarestia: il dominicum significa in origine sia domenica sia eucarestia. Vivere la domenica significa ancora oggi per molti cristiani partecipare alla messa domenicale. Il sacramento dell’eucarestia è centro della domenica ed è forma della comunità. Essa è il vertice del giorno del Signore e il paradigma della festa cristiana.
La domenica trova il suo centro nella celebrazione eucaristica domenicale come memoriale della Pasqua, sacramento della morte e risurrezione del Signore. È il momento “costitutivo” della comunità, la sorgente della sua vita, il motore della missione. Qui la comunità cristiana è generata dall’alto, è evento di grazia, nasce dall’eucaristia, viene generata dalla Pasqua del Signore, vive del sacrificio di Gesù che è il corpo donato il sangue versato “per voi e per tutti”. In queste parole dell’eucarestia domenicale la Chiesa sperimenta la morte di Gesù che genera la comunità credente, ma sente anche che il dono del corpo di Cristo fa della comunità il suo corpo perché sia spezzato per tutti e condiviso con ogni uomo.
La messa non ci appartiene, ma siamo noi che apparteniamo al corpo del signore per essere speranza di vita e risurrezione per tutti gli uomini. Proprio mentre l’eucaristia domenicale diventa la tessera di identità della comunità, essa ne dice la destinazione missionaria a tutti. Non è possibile alcun volto missionario della parrocchia se questa non abita continuamente presso il costato crocifisso di Gesù, se non si mette nell’unica mensa della parola annunciata e nel pane e condiviso. Questo è il Roveto ardente della comunità domenicale!
Franco Giulio Brambilla, Liber Pastoralis, Queriniana 2017, pp. 106-107

DOMANDE

1. C’è nella tua vita un pregare, al di là delle preghiere?
2. Vivi di preghiera o di «parole» soltanto?
3. Come sei abituato a pregare? Senti il bisogno di cambiare qualcosa nella tua preghiera? Che cosa?
4. La celebrazione Eucaristica, pensando alla tua esperienza, come può essere “sorgente e meraviglia” a cui attingere grazia e forza per il cammino?
5. Riesci a vivere come preghiera lo stare con gli amici, il servizio ai poveri e ai piccoli, l’andare a scuola, al lavoro?

6. Come la tua comunità ti aiuta a vivere la preghiera? Quali esperienze positive ti senti di condividere?
7. Ti sembra di rispondere alla domanda: “Per chi sono io?” Come?

PREGHIERA

Signore, io non so realmente pregare.
Spesso riempio il tempo di parole che tu già conosci prima ancora che le formuli. Non so cosa dirti e come comportarmi durante la preghiera. Insegnami a pregare come tu realmente vuoi, non come pare a me.
Aiutami a non essere superstizioso e superficiale.
Fammi dire le parole giuste ed insegnami a fare silenzio alla tua presenza.
Fa’ che io capisca che c’è una preghiera di ascolto che vale infinitamente di più di tante parole vuote.
Insegnami a soppesare ogni mia parola e che porti profondo rispetto della tua presenza.
Fa’ che la mia preghiera sia umile: insegnami a non chiederti con arroganza.
Fa’ che la mia preghiera sia continua: che io preghi anche con la mia vita.
Fa’ che la mia preghiera sia altruistica: che io non preghi solo per me,
ma per tutti i fratelli che hanno necessità.
Fa’ che la mia preghiera non sia ipocrita e che ad essa seguano i fatti.
Fa’ che la mia preghiera sia secondo la tua volontà.
Fa’ che la mia preghiera sia fatta in unione con la Chiesa.
Insegnami a pregare, come hai insegnato ai tuoi discepoli nel Padre nostro.
Che io diventi preghiera come tu lo eri di fronte agli uomini e al Padre