Da Bruxelles all’Isola San Giulio

Lo scorso 6 settembre, il vescovo Franco Giulio ha presieduto la celebrazione per la Professione monastica di Suor Maria Ignazia del monastero benedettino Mater Ecclesiae dell’Isola di San Giulio. Di seguito il testo integrale della sua omelia.

 

Da Bruxelles all’Isola San Giulio

«Vieni, figlia, ascoltami: ti insegnerò il timore del Signore».

La formula d’invito con cui inizia il Rito della Professione monastica riprende le prime parole della regola di San Benedetto (RB 1) e le declina rivolgendosi personalmente al monaco o alla monaca che sta per consacrarsi definitivamente. Può suscitare una certa curiosità il fatto che si dica: «Ti insegnerò il timore del Signore», ma fin dall’Antico Testamento il timore del Signore non è la paura, ma è il percepire la distanza tra noi e Dio, in modo che tale distanza sia colmata dall’ascolto e dall’accoglienza del suo amore e dalla nostra risposta di dedizione affezionata a Lui, con tutto il cuore.

Cara suor Maria Ignazia, carissimi genitori,
care sorelle,

di solito una settimana prima del Rito – lo dico a beneficio dei presenti – mi faccio inviare da parte della candidata alla Professione solenne il racconto della pro- pria vocazione. A partire da questo, intrecciandolo con le letture, cerco di trovare il filo rosso del messaggio che intendo lasciare.

1. La radice e il frutto

Un primo riferimento che nello scritto di suor Maria Ignazia mi ha colpito dice:

«La mia giovinezza, la mia formazione si riferiscono a Don Bosco, alla famiglia salesiana e all’attenzione verso i poveri, intesa in senso lato». Il senso lato è spiegato nel testo per cui non si tratta solo dei poveri da sfamare di cibo o a cui dare casa e lavoro, ma sono coloro che debbono essere alimentati nella testa e nel cuore, perché sovente sono aridi e sterili anche di dentro. Oggi, infatti, c’è un difetto riguardo al tema dei poveri, perché ci si rivolge sempre e solo a quelli materiali. Nel nostro mondo oc- cidentale al contrario la maggior parte dei poveri, e i più gravi, sono quelli spirituali, ridotti a una condizione di dipendenza e di tristezza.


DA BRUXELLES ALL’ISOLA SAN GIULIO
Omelia per la Professione monastica di Suor Maria Ignazia osb
06-09-2025 Download


 È bello, allora, osservare che la prima parte della tua vita sia stata tutta attraversata da questa che è la radice della tua vocazione: la radice salesiana, sulla quale pian piano è germogliata poi la pianta che porterà frutti in questa tua nuova stagione di vita.

Tu riferisci esplicitamente alla radice salesiana le esperienze che hai vissuto andando in missione in Romania, in Burundi, in Brasile, e quindi in Congo: già solo un simile elenco può impressionare pensando che una ragazza così giovane ed esile abbia girato mezzo mondo!

È una realtà mirabile: più si affondano le radici in profondità, più la pianta sale rigogliosa. Ricordo un evento di tredici anni fa. Intorno a questa stagione mi trovavo con il gruppo delle mie famiglie a Pallanza nella Casa di spiritualità “Immacolata”. Il giorno dopo avremmo dovuto partecipare alla festa e alla processione di san Vito ad Omegna. La sera precedente la nostra escursione, che doveva partire dalla Madonna del Sasso per raggiungere poi Omegna, avevo fatto notare che sulla rotonda fuori dalla casa era piantato un bel larice. Nel pomeriggio siamo partiti, ma nel frattempo siamo stati sorpresi da un tornado, e così non si è potuta svolgere la processione di San Vito. Tornati a notte fonda alla casa delle suore, quel larice – per abbracciare il quale ci volevano almeno tre persone – era rovesciato a terra! Mi ha colpito il fatto che le sue radici non superavano i venti centimetri. Non sapevo che il larice avesse così poco ra- dicamento nel terreno: fuori lo si vede possente, ma sotto ha piccole radici e la vita purtroppo o per fortuna si alimenta proprio alla radice.

La prima cosa che ti voglio augurare e per cui desidero incoraggiarti è di non dimenticare mai le tue radici, anche quando sarai più grande. Hai avuto una formazione importante al liceo classico, hai conseguito una laurea in Diritto e Relazioni internazionali, tuttavia, non si deve dimenticare l’umiltà delle proprie radici come af- ferma anche la seconda lettura che abbiamo ascoltato. Dice infatti:

«Considerate la vostra chiamata: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili» (1Cor 1,26).

Questo dobbiamo considerare: nella missio ad gentes, nel servizio al povero, all’ultimo, al disagiato, al lontano, al disabile, noi sperimentiamo ciò che è essenziale nella vita. Scopriamo ciò su cui veramente si può stare in piedi, perché vediamo che altri comunque vivono talvolta in maniera più felice di noi, accontentandosi di poche cose, pur non avendo tutte le risorse di cui disponiamo noi. L’incontro col povero rivela ciò che è essenziale per noi, ciò di cui viviamo. È molto importante, dunque, la prima dialettica tra la radice e l’albero, perché la radice non sta solo all’origine della tua vocazione, ma è il motivo vero per cui sei approdata alla vita in monastero.

2. Intus et foras

Attraverso il tuo racconto ci aiuti a compiere un secondo passo: «Terminata l’esperienza, ho avuto la possibilità di lavorare un anno e mezzo a Bruxelles. Espe- rienza molto ricca che mi ha permesso di viaggiare molto, conoscere diverse realtà e lavorare con persone provenienti da diversi paesi. Quando mi hanno proposto di re- stare per essere assunta, sentivo come un vuoto dentro, e sono andata fortemente in crisi e sono tornata». E così di seguito offri la spiegazione di questo passaggio attra- verso la citazione del grande sant’Agostino: «Quando sono arrivata qui all’Isola mi sono trovata a casa, perché io lo cercavo fuori e invece lo potevo trovare solo dentro».

La dinamica intus et foras è tipica di sant’Agostino, anzi è lui che l’ha descritta a fondo, anche se l’ha vissuta con un tratto fortemente neoplatonico, per cui il mondo esterno è minaccioso, è il luogo della dispersione e della corruzione, mentre la risposta va cercata nella vita interiore e nella ricerca della verità, come processo di interiorizzazione. Tuttavia, egli lo ha fatto imprimendovi un tratto cristiano, non abbandonando la dinamica e la tensione tra l’esterno e l’interno.

Tu sei passata, se ci volessimo esprimere con linguaggio attuale, attraverso il contatto col mondo moderno, addirittura dotato di molte possibilità se fossi rimasta a Bruxelles saresti magari diventata la segretaria della Von der Leyen…). Tuttavia, a un certo punto ci si accorge che noi non proviamo, non riusciamo a trovare ciò che ce- menta la nostra vita, semplicemente proiettandoci nel mondo esterno. L’esterno è certo il luogo della dispersione, come lo intendeva Agostino, ma oggi possiamo dire che è anche un luogo così ricco di possibilità che ha bisogno della risonanza interiore per trovare l’unità, la quale si situa solo nell’intus di Agostino. Ciò è diventato difficile da vivere, a motivo della realtà nella quale siamo immersi.

Con un amico ieri riflettevo sulla notizia tremenda, data nella relazione di un demografo nel Convegno in corso a Cernobbio, che in Italia vi sono 1.400.000 giovani definiti Neet – i Neet sono giovani che non studiano, non lavorano e non sono impe- gnati in percorsi formativi, sono per così dire in stand-by – e che essi costano 24 mi- liardi allo Stato italiano. Mi chiedo con meraviglia come ciò sia possibile, date tutte le opportunità che un giovane ha dinnanzi. Come è possibile arenarsi in una situazione così paralizzata?! Vado col ricordo a quando da giovane prete, impegnato a scrivere la tesi di laurea su un teologo olandese, dovetti partire, anche con il permesso del mio Arcivescovo, per un periodo all’estero. Ci ho messo quasi sette mesi a organizzarmi, per ottenere il permesso e per trovare un posto. Oggi un giovane se decide, si alza al mattino e va a Londra, a Parigi, ad Abu Dhabi…

La seconda grande regola che ricaviamo dalla vocazione di suor Maria Ignazia è che dobbiamo essere capaci di riportare in unità l’esterno dentro l’interno, il foras va ricondotto verso l’intus, cioè nel profondo di noi stessi. Questa è la seconda dialettica, molto bella, che intravedo nella tua vita.

Ora però dovrai quasi rovesciarla: sei chiamata ad amare ciò che sta fuori a par- tire dall’unità di ciò che vivi dentro. È il segreto della vita monastica, ed è un grande segno per la vita cristiana di tutti i credenti, per tutta questa assemblea di amici, di famiglie con i bambini e così pure per diversi giovani condotti qui dai sacerdoti salesiani partecipanti alla professione.

È una dinamica importante, al punto che Agostino ha saputo viverla all’interno della sua cultura neoplatonica, così come noi dobbiamo rovesciarla e tradurla all’in- terno della nostra cultura dell’immediato. Può essere un pensiero difficile, sottile, su cui ho riflettuto a lungo, ma noi dobbiamo aiutare la gente a comprendere – ed è ciò che diceva anche madre Anna Maria Canopi – che il monastero non è solo il parafulmine per chi è nel mondo, ma è soprattutto la centrale idroelettrica, che trasforma l’energia cinetica in energia elettrica. Non è il parafulmine, perché il mondo ha bisogno di tanta preghiera, seppure sia anche capace di questo, ma perché in monastero l’ener- gia interiore donata dallo Spirito può essere trasformata, perché diventi energia spiri- tuale trasmessa al mondo. È il succo profondo della tua vocazione: dall’Africa, da Bruxelles, dai tanti paesi del mondo, il Signore ti ha fatto arrivare su un’isola che appare come un luogo angusto, ma che non manca degli spazi necessari per realizzare appieno l’ideale benedettino dell’Ora et labora.

3. Universale e singolare

Infine, voglio ricordare la terza dialettica a cui approdi sul finire del tuo scritto vocazionale, mentre accenni al fatto che il cammino non è stato sempre pianeggiante, ma ci sono state molte salite nei tornanti nella vita, come è peraltro nella vita di tutti. Tu scrivi: «Ogni giorno è uno stupore, una meraviglia, nel panorama sempre così sorprendente, nella liturgia che sto imparando a conoscere e che ogni tanto trovo più ricca, è antica ma sempre nuova, nelle preghiere, nella formazione, nelle letture, nel trascorrere quotidiano delle attività.

La parola chiave è “stupore” e la dialettica si snoda tra l’universale di Bruxelles e il singolare dell’isola San Giulio. Suor Maria Ignazia ha lasciato un’attività di rilievo per concentrarsi qui: questo è il segreto del diventare grandi. Se voi chiedete all’adole- scente cosa vuol fare da grande, risponderà: “Tutto”. Se però voi osservate come si evolve il suo cammino, quando l’adolescente è diventato adulto e maturo quel “tutto” si concentra in un frammento, in una scelta precisa e forte. L’adulto dichiara la sua felicità per la scelta che ha fatto e il suo frammento non è solo un dato oggettivo, ma viene anche assunto personalmente, ed è ciò che fa grande la sua persona perché rea- lizza la forza della vita, l’energia interiore dentro una vocazione singolare. Solo così si scopre la propria missione, e si fanno anche le grandi scoperte che lasciano un segno nel mondo e nella vita.

Questo è il segnale che siamo diventati adulti. Molte statistiche attuali riferi- scono che uno è adolescente fino all’età di 30-35 anni, anzi hanno coniato persino il neologismo di adultescenza, un adulto da un punto di vista anagrafico, ma ancora ado- lescente dentro, con l’illusione di compiere cose grandi, per poi concludere poco o nulla! Per essere adulti è necessario concentrarsi su qualche cosa, cioè fare una scelta determinata. Il segreto per concentrarsi è imparare, alimentare, far crescere lo stupore e la meraviglia che, alla fine, è il senso della vita contemplativa.

Mi rivolgo ora a voi familiari, al papà e alla mamma, perché penso che in questo momento viviate con un po’ difficoltà una scelta così radicale, come quella di suor Ma- ria Ignazia, la stessa difficoltà vissuta da tanti altri genitori, di fronte a una figlia o a un figlio che lascia tutto… Si potrebbe pensare che sia una vita andata in fumo! Quando, tuttavia, una persona assume questo sguardo, questa postura di fronte alla vita, allora diventa capace di emettere un’energia infinita.

Ti auguro, cara suor Maria Ignazia, che tutte le persone che ti conosceranno, incominciando dalla comunità del monastero Mater Ecclesiae, senza sognare fughe verso il mondo esterno o senza pensare che le relazioni esterne possano essere mi- gliori, imparino da te a far crescere l’interiorità dell’anima che da sé sola trasforma tutta la testimonianza del mondo. Ti auguro un domani pieno di gioia: il volto è sereno, il cuore è anelo, e credo tu abbia ricevuto in dono anche la forza e l’energia per vivere quanto ti ho detto. Buon cammino!

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

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