Costruire la casa della Speranza. Omelia per la festa di san Giulio 2025

Lo scorso 31 gennaio 2025, il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto la celebrazione eucaristica in occasione della Festa di San Giulio, presso la basilica del monastero Mater Ecclesiae dell’Isola. Di seguito, il testo integrale della sua omelia.

 

Costruire la casa della Speranza

 

Tredici anni fa, come ieri sera, toccavo per la prima volta il suolo della diocesi di Novara, celebrando i Primi Vespri in questa basilica, ma non trattenendomi poi per l’indomani nel giorno della festa di San Giulio, perché non avevo ancor fatto l’ingresso ufficiale in Diocesi, avvenuto poi la domenica successiva il 5 febbraio 2012. La stessa sera andai a rendere visita ai monasteri di Germagno e a Ghiffa; tornai ad Armeno e ancora ad Arona, facendo tappa in tutti quei luoghi dai quali i consacrati non avrebbero potuto essere presenti nel giorno del mio insediamento, ma che avevo identificato come “luoghi dell’anima, della spiritualità, della contemplazione”. Allora ho voluto percorrere un tale cammino costellato di soste significative, perché il mio arrivo a Novara fosse anticipato e preparato da incontri importanti ed emblematici. Tornare qui ogni anno ci consente di ricordare qual è il centro, il fuoco dell’anima contemplativa della Diocesi.

Saluto le persone secondo il lungo elenco esposto dal nuovo parroco, che in qualche modo ci ha fatto sentire la nostalgia dei saluti di don Giacomo che negli ultimi anni, con una voce ormai tremula, si erano molto essenzializzati. Saluto tutti di cuore.


COSTRUIRE LA CASA SULLA ROCCIA
Omelia nella Festa di San Giulio 2025
31-01-2025 Download


Stiamo compiendo i primi passi di ingresso nell’Anno Santo, il Giubileo della speranza secondo il motto scelto da papa Francesco “Peregrinantes in spem/pellegrini di speranza”, facendo risuonare le note di fondo, come ho fatto all’apertura diocesana del Giubileo, il 29 dicembre scorso, dopo che il Papa aveva aperto la porta santa per tutta la Chiesa universale nella notte di Natale. In occasione della festa di san Giuliano di quest’anno non mi è stato possibile essere presente per motivi di salute. Ho fatto risuonare il mio richiamo alla speranza durante la celebrazione del 22 gennaio nella festa patronale di san Gaudenzio. Infine e come al solito concludo le celebrazioni dei santi fondatori della Chiesa Novarese , con la ricorrenza di oggi attorno a san Giulio.

La sottolineatura che oggi intendo svolgere dentro il grande tema della speranza può avere come titolo: “Costruire la casa della speranza” traendo spunto dal Vangelo che è stato proclamato (Mt 7,21.24-27). Chi volesse seguire e ulteriormente approfondire questa traccia può riprendere l’omelia che tenni qui l’11 ottobre 2023 in occasione del 50° di fondazione della comunità monastica. In appendice avevo voluto riportare tutti i lavori di vario genere compiuti lungo il corso di cinquant’anni da queste donne che hanno per così dire riedificato l’Isola sul lago d’Orta!

Di tutto ciò, come ho avuto occasione di ripetere più volte, siamo molto grati, immaginando cosa sarebbe stato questo sito senza la presenza del Monastero Mater Ecclesiae. Inoltre, essendo stata sede del principato del Vescovo di Novara per oltre cinquecento anni, la Riviera ha rappresentato nella regione un’oasi felice, con un’indipendenza rivendicata fin dall’inizio nei confronti dell’imperatore Federico Barbarossa.

Le monache, dunque, hanno edificato una casa sulla roccia, facendola diventare un’esperienza singolare, unica in tutta Europa. Nel cinquantesimo, l’11 ottobre 2023, la comunità contava ancora 103 sorelle viventi su 117 transitate da qui, con due fondazioni e due subentri in altre comunità in difficoltà. Tutto questo grazie alla potenza dello Spirito!

Tratteggerò due sole pennellate a commento della Liturgia della Parola che è stata proclamata, partendo dalla pagina del Vangelo che ci ha ricordato che l’uomo saggio costruisce la sua casa sulla roccia (cfr. Mt 7, 24) e la casa che deve costruire è quella della speranza. La pericope è collocata al termine del cosiddetto Discorso della montagna che nel vangelo di Matteo si distende per ben tre capitoli e che potrebbero essere chiamati il “manifesto del Cristianesimo”. Fa riflettere il fatto che tutte le pagine costituzionali, le dichiarazioni universali, le magnae chartae, hanno come riferimento il discorso della montagna ed è opportuno ricordarlo, perché si corre il rischio di diventare analfabeti riguardo a questi riferimenti storici. Tutto il discorso si conclude con questa parabola che mette a confronto due figure, l’uomo saggio e l’uomo stolto e ciò che ne consegue, a tal punto che abbiamo la concreta rappresentazione di ciò che accade, anche attraverso le catastrofi cui assistiamo quasi ogni sei mesi!

1. L’uomo saggio costruisce la casa sulla roccia

Dice il testo:

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. – e poi le espressioni a cascata – Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti  – ricordiamoci che è un testo scritto in Palestina dove piove ogni sei mesi! – e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia». (Mt 7, 24-25)

Nell’anno giubilare dovremo allora davvero sostare per riflettere un poco. Sarebbe sufficiente guardarsi allo specchio la sera, con quel volto, il nostro, che noi stessi e nessun’altro vede: questo significa soprattutto guardare dentro la propria coscienza, nella pura trasparenza a sé stessi. Questa esperienza ci suggerisce tre cose.

La prima è che l’uomo saggio è magnanimo, ha un cuore grande. Se volessimo dirlo con un linguaggio rivolto agli amministratori della cosa pubblica qui presenti, coloro che, come si usa dire, “sono sul pezzo”, l’uomo magnanimo, il politico magnanimo, non è colui che guarda alle prossime elezioni, ma alle future generazioni. Così saranno l’uomo e la donna magnanimi nel guardare e custodire la propria casa, la propria famiglia, la propria professione, i propri desideri, le aspirazioni e i sogni personali; per ogni prete significherà guardare e custodire la propria comunità, mentre talvolta alcuni oggi passano, o perdono, tanto tempo a postare foto e commenti spesso vani sui social, per l’immagine che si vuole dare di sé, anche se sotto il vestito spesso c’è poco o nulla.

L’uomo saggio, in secondo luogo, costruisce su un fondamento solido. Quando è bel tempo tutte le case stanno in piedi, ma come dice il vangelo arriva il momento nel quale “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti…”. Ciò avviene in ogni esistenza umana e accade che, quando non te lo aspetti, possa venir meno improvvisamente una persona cara, oppure ci sia una grave incomprensione… E allora sorge la domanda: “Su che cosa hai costruito la tua casa? È solido il tuo fondamento? Guarda come hai vissuto gli ultimi venticinque anni…”. Il Giubileo, come è risaputo, venne istituito nel 1300 come un momento straordinario da viversi ogni cento anni, ma nel ’500 era già celebrato ogni venticinque anni. Attraverso lo studio ho scoperto la ragione di un tale intervallo di tempo (per gradi si è passati da 100 anni poi ai 50 anni, ai 33 e, infine, ogni 25 anni). L’intenzione della cadenza venticinquennale è che ogni generazione umana ha il dono di fermarsi un anno per mettere in atto qualcosa di cui parlerò tra poco. A ogni generazione è concesso un “anno di grazia”! È l’anno nel quale non si deve essere per forza efficienti, produttivi, ma in cui ci si ferma a guardarsi dentro e a guardarsi intorno… alla ricerca del fondamento solido.

Infine, il testo ci dice che l’uomo saggio pratica la Parola. Una tra le cose più interessanti, ma anche tra le più impegnative, è il compito di mettere in pratica ciò che si dice, sia la parola con la “p” minuscola che quella con la “P” maiuscola. Corriamo il rischio di manipolare la parola strumentalizzandola a nostro favore anche nei confronti dei confratelli e del vescovo! Così può accadere da parte dei figli nei confronti del padre e della madre, e persino tra marito e moglie. Ognuno mette in atto un meccanismo secondo il quale urge che la pratica metta alla prova la coerenza con la parola. È una cosa giusta, tuttavia è raro che uno sia in grado di avere una totale coerenza tra ciò che dice e ciò che fa. È uno scarto che rimane insuperabile, ma va abitato e vissuto esistenzialmente. Occorrerebbe sempre dire una P(p)arola per cui bisogna un po’ morirci dentro!

Questa è la casa costruita sulla roccia, da parte dell’uomo saggio che è magnanimo, che costruisce su un fondamento solido e mette in pratica la Parola.

2. La speranza viva della nostra vocazione

Proseguendo nella nostra riflessione, ci lasciamo guidare da due espressioni della Lettera agli Efesini (4,1-6) che avevo già commentato interamente lo scorso anno. È una lettera di passaggio tra san Paolo e i suoi discepoli. È un brano che chiamo “atmosferico”. Sarebbe come se questa sera rientrando nelle nostre case misurassimo la temperatura umana e spirituale dell’ambiente che ci circonda. La stessa cosa la potremmo fare nell’ambiente di lavoro e così per ogni situazione che noi pratichiamo.

a) Il vincolo della pace atmosfera della speranza

Dice il testo:

«Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto,
con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità,
sopportandovi – ma anche “supportandovi” –
a vicenda nell’amore,
avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito
per mezzo del vincolo della pace». (Ef 4,1-3)

È un brano realmente sorprendente che ci indica come il clima delle prime comunità cristiane si segnalava già per una temperatura diversa. È quel clima che vinse contro la potenza dell’Impero Romano. Chi avesse dubbi sulla potenza dell’Impero Romano vada a vedere l’ingegneria di un acquedotto ancor oggi in funzione, che con la pendenza giusta fa arrivare da Viterbo fino a Roma l’acqua per alimentare le fontane, senza l’utilizzo di nessuna pompa idraulica. Un altro esempio: il vallo di Adriano che separa l’Inghilterra dalla Scozia è il punto d’arrivo della Via Aurelia e così ricordo le altre strade che univano il centro dell’Impero con le province. Eppure, la novità cristiana con il suo stile di vita cambiò il mondo antico!

Ahimè, noi abbiamo perso questo stile e questa atmosfera ed è sufficiente guardare un talk show alla televisione: non c’è nessuno che cerchi di capire le ragioni dell’altro; e ugualmente se leggiamo i commenti a piede di un post, vedremmo che i famosi leoni da tastiera sversano tutta la loro aggressività… un tempo si andava allo stadio e quello diventava un’occasione di sfogo. Purtroppo, oggi sui social si distrugge la vita delle persone. Persino a Novara abbiamo avuto la prima ragazza che si è tolta la vita per un fenomeno di questo genere, che poi ha consentito di fare una legge per combattere il cyberbullismo. Il clima e l’atmosfera è impalpabile ma si dovrebbe poter vedere da parte di chi ci guarda. È ciò che si dovrebbe scorgere anche al di sotto dei veli delle nostre sorelle monache. Di questo testo dovremmo poter cogliere tutte le sfumature riandando al testo originale greco, per esempio per comprendere in pieno il significato della parola umiltà (ταπεινοφροσύνη/tapeinophrosune).

b) La speranza viva a cui siamo chiamati

Il secondo testo è la prosecuzione. Dice:

4«Un solo corpo e un solo s(S)pirito,
come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati,
quella della vostra vocazione;
un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.
Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti,
opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti». (Ef 4,4-6)

Qualche giorno fa ho esaminato alcuni commenti a questo brano: mentre molti propendono a leggere “spirito” con la minuscola, cioè come una componente umana, altri identificano “un solo Spirito” come lo Spirito di Dio, che insieme a “Signore” e “Dio Padre” dà al testo una struttura trinitaria. All’uomo e alla donna spirituali è lasciato il compito di vivere la dimensione della speranza. Il Nuovo Testamento chiarisce che deve essere una speranza viva, dato che ci possono essere anche speranze false. Quante speranze false ha nutrito la generazione precedente l’attuale, la nostra, che ha diffuso e coltivato utopie mortifere, poi terribilmente crollate insieme al muro di Berlino nel 1989! Desidero allora presentarvi i tre aspetti che ho già descritto nel discorso alla città di Novara in occasione della festa di san Gaudenzio e che, detti in modo semplice ed essenziale, costituiscono i tre passi della speranza.

Mettere ordine nella nostra vita

Il primo: il Giubileo è un anno di riposo della terra, di ricostruzione dei legami, di remissione dei torti e dei debiti e di riconciliazione tra i popoli. Dovrà essere anche l’anno della pace, cominciando dal basso nella vita di ogni giorno, per costringere i grandi della terra a smettere di uccidere e distruggere, per ritrovare l’anima dell’Europa e dell’Occidente, che è la patria dei martiri e dei monaci, dei santi e dei navigatori, dei giganti del pensiero e della costruzione di un mondo aperto e democratico. Ognuno di noi deve cominciare a mettere ordine nella propria vita, ponendosi là davanti allo specchio come ho ricordato prima. Mettere ordine significa dare una gerarchia alle cose che si vivono, per cui c’è una realtà che conta, che sta al centro, che sta sopra le altre, e di seguito si devono mettere in fila le altre. Abbiamo un anno davanti per vivere il Giubileo! Lo potremo fare andando pellegrini a Roma, visitando una chiesa giubilare. E do un suggerimento: occorre prevedere uno, due giorni, cambiando realmente passo. Sennò resteranno parole!

Rendere ragione di una speranza a caro prezzo

Il secondo passo, dopo aver messo ordine nella propria vita, è “rendere ragione di una speranza a caro prezzo”. Occorre saper dire se al centro della nostra vita c’è veramente una speranza a caro prezzo, che è una speranza viva, secondo quanto afferma san Pietro nella sua prima Lettera (cfr. 1Pt 1,3). Oggi è una testimonianza difficile da dare, soprattutto in alcuni contesti della vita umana, come la realtà familiare, lavorativa e sociale. Vincono i poli estremi della contrapposizione o della mimetizzazione – magari nell’ambiente di lavoro dico a me stesso: “Sono cristiano sì, ma non lo rivelo, non si sa mai!” – Anche noi cristiani abbiamo paura di “rendere ragione della speranza che è in noi” (cfr. 1Pt 3,15). Il testo greco si esprime parlando di apologia, condurre una difesa della speranza che abita in noi, non che ci sta davanti, ma che è insita in noi, che inabita, rallegrando il cuore.

Talvolta fatichiamo a rendere ragione delle nostre convinzioni, forse perché non ci fanno sentire accolti, accettati dagli altri. Oppure, dall’altra parte, orgogliosamente vogliamo far valere la nostra differenza ideologica spacciandola come speranza cristiana. Come ricordavo alcuni giorni fa, la stessa comunicazione oggi è spregiudicata, viziata da notizie false, nonostante si sia certi della loro inconsistenza, eppure tali notizie sono ugualmente diffuse: ingannare lettori ignari per un pugno di copie in più e per un pugno di likes avvelenando le relazioni tra le persone. Anche la scelta delle persone per ruoli di responsabilità nella vita sociale e civile avviene talvolta con criteri clientelari, tra amici, parenti e amici degli amici, anziché valorizzare il merito e la competenza; ciò accade talvolta anche nella Chiesa. L’anno giubilare dovrebbe puntare sull’onestà, la laboriosità, la generosità nella vita personale e sociale. C’è ancora tanto lavoro da fare.

Lo stile della vita in speranza

Il terzo e ultimo passo è lo stile della vita in speranza che la prima Lettera di Pietro disegna con tre caratteristiche: La nostra testimonianza di cristiani (cfr. 1Pt 3, 15-16) – ma deve essere così per ogni uomo – deve avvenire con dolcezza di fronte a chi chiede; con rispetto, termine che noi usiamo solo in modo orizzontale inteso come rispetto dell’altro e invece secondo la sacra Scrittura è anche il timore di Dio, sapendo che se abbiamo un atteggiamento superbo siamo sottoposti in ogni caso allo sguardo di Dio; con buona coscienza (1Pt 3,16 – συνείδησιν ἔχοντες ἀγαθήν/suneidesin ekontes agathen). Espressione stupenda che dice quel modo di essere per cui davanti allo specchio della sera posso guardarmi senza vergognarmi. Non c’è nessun’altro all’infuori di noi che vede in quello specchio! Insisto nel ricordarlo!

I nostri rapporti si sono incattiviti nei confronti delle persone che dovrebbero essere maestri e guide della vita dei giovani e della convivenza civile (genitori, maestri, professori, allenatori, infermieri, medici, sacerdoti, corpi sociali, forze dell’ordine). I nostri rapporti si sono incattiviti anche con coloro che abitano la nostra casa e ne sono vittime, per primi, le donne e i bambini. Negli ultimi anni assistiamo ogni giorno a qualche fatto tragico. Non dimentichiamo che il carattere disarmato e disarmante dello stile della vita in speranza, anche difronte alle calunnie, è stato il fattore più importante per il diffondersi del cristianesimo nei primi quattro secoli. Attualmente noi mettiamo in campo tanti puntelli esterni per mostrare che siamo capaci di educare, far crescere la fede, trasmettere l’umanità. Ma il puntello è uno solo e non sta fuori, ma dentro di noi, ed è il nostro stile di vita trasparente, illuminante, responsabile.

Questo vi auguro quasi come un testamento per la festa di san Giulio!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

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