Sabato 20 settembre, nella cattedrale di Novara, il vescovo Franco Giulio Ha ordinato sei diaconi, studenti del seminario diocesano San Gaudenzio: Luca Ariola; Marco Boccoli; Alessandro Buffelli; Francesco David; Federico Lucchi e Michele Pastormerlo. [Qui il racconto della giornata e la galleria fotografica]
Di seguito il testo integrale della sua omelia.
Non dire sono giovane
Carissimi,
oggi siamo qui convenuti in gran numero e ci stringiamo con tanto affetto nell’amicizia, nella preghiera e nell’intercessione a questi nostri fratelli, Luca, Marco, Alessandro, Francesco, Federico e Michele che, come ha detto la formula liturgica, oggi chiedono di essere ordinati diaconi.
Ringraziamo il Signore per il grande dono di un numero ancora così rilevante di ordinazioni per la nostra diocesi: sarà l’ultima volta, poi nel prossimo futuro, a Dio piacendo, avremo al massimo uno o due candidati per anno. Il loro ingresso in seminario risale al 2018, prima che il Covid-19 rasasse tutto al suolo come un tornado. Ringraziamo allora il Signore, ma lo facciamo con timore e tremore, pensando alle nuove generazioni e con uno sguardo di attenzione ai molti giovani qui presenti. A loro rivolgo il mio pressante invito: “Qualcuno si faccia avanti! Si può farlo anche subito!”.
NON DIRE SONO GIOVANE
Omelia per le ordinazioni diaconali 2025
20 – 09 – 2025 Download
Per la Liturgia della Parola i futuri diaconi hanno scelto le tre pagine della Sacra Scrittura che abbiamo ascoltato e che voglio commentare brevemente, cercando di trovare il filo rosso che le attraversa, per offrire a loro un messaggio augurale per il cammino che stanno per intraprendere.
- Non dire sono giovane: rimani discepolo
La prima pagina è tratta dal profeta Geremia (1,4-9), un profeta giovane ma tormentato, che durante la sua missione incorse in molte traversie, tanto è vero che è stata coniata la parola “geremiade” per stigmatizzare chi, trovandosi in difficoltà, si abbandona a una lamentela noiosa e vittimista.
Geremia fu, tuttavia, un profeta di grande coraggio, nato in un tempo di crisi per la prevedibile caduta di Gerusalemme, perché dovette gestire con le sue parole questo passaggio delicato. Un fatto che fu tra i più tragici eventi per il popolo di Israele, nel periodo che va dal 587 al 578 avanti Cristo.
Il testo, tratto dal capitolo primo, racconta la vocazione di Geremia:
«Mi fu rivolta questa parola del Signore:
“Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni”» (Ger 1,4-5)
La vocazione nasce dal grembo materno, nasce da una madre e da un padre che lungo il cammino di crescita del figlio insegnano le forme buone della vita, trasmettono che cosa è il bello, il bene, il vero; insegnano che cosa è la legge, la norma, indicando ciò che si può o non si può fare. Questa introduzione alla vita insegna la grammatica fondamentale dell’esistere, che si accende e poi si unifica nella vocazione che è la risposta a una chiamata più grande. Ma quando arriva questo momento, continua il testo:
«Risposi: “Ahimè, Signore Dio!
Ecco, io non so parlare, perché sono giovane”» (Ger 1,6)
Partiamo da questo “ahimè”. Noi tutti portiamo dentro un “ahimè”, una nota di lamento che accompagna anche i sacerdoti più sperimentati, quelli che ormai sono arrivati alle ultime primavere della loro vita… come me. Ma all’inizio del cammino, se i segni di vocazione sono veri, si resiste quasi recalcitranti, perché chi parte con troppo entusiasmo, è facile che alla prima difficoltà crolli.
«Ma il Signore mi disse: “Non dire: Sono giovane”» (Ger 1, 7a)
Il seguito del testo introduce tre elementi, tre pennellate, per cui questo modo di sottrarsi e dire “sono giovane”, può diventare un alibi, una scusa per ritrarsi e volgersi indietro. Geremia, al contrario, mettendo per iscritto il racconto della sua vocazione, rilegge quei tre motivi come la spinta che l’ha smosso e scosso, anche se la sua è stata una figura profetica discussa e difficile.
Traggo la prima sottolineatura dal comando di Dio a Geremia. Dice il testo:
«Ma il Signore mi disse: “Non dire: sono giovane”
Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò
e dirai tutto quello che io ti ordinerò» (Ger 1,7)
L’obiezione riferita dal profeta «Non dire: «sono giovane» potrebbe essere chiarita, dicendo che nella missione affidata si dovrà rimanere sempre discepoli disponibili a imparare, vale a dire persistere nella condizione di coloro che non portano avanti se stessi perché, come redarguisce il Signore, tu non andrai a dire le tue cose, ma “tutto quello che io ti ordinerò”. Certamente sappiamo quanto essere così sia difficile nella vita del prete, come nella vita di un papà e di una mamma, ma anche di un giovane, di un nonno, di una nonna. Noi infatti siamo portati a dire le nostre parole, le nostre cose, ma occorre ugualmente aver chiara e limpida la coscienza che, mentre diciamo le nostre parole, dobbiamo lasciarle aperte a una Parola più grande, perché possa donarci il sale della sapienza, e far sì che si ascoltino le parole del Signore.
Noi siamo, dunque, e dovremo sempre essere discepoli, dal primo fino all’ultimo giorno del nostro ministero. Anche i presbiteri e i diaconi che mi ascoltano oggi con il loro carico di anni e di esperienza. Purtroppo, nella nostra realtà ecclesiale avviene qualche discrasia e, attraverso i social network, le cose circolano più veloci se abbiamo una parola, una scena, un’idea, un film, un video da mostrare. Appena ricevuto ci affanniamo subito a metterlo in circolo, con compiaciuta fretta. L’effetto deteriore che ne deriva è che se ci immaginiamo prima profeti senza rimanere sempre discepoli, perdiamo la nostra intimità, la nostra interiorità, restiamo sovraesposti. È ciò che accade quando, incontrando alcune persone e osservando quanto dicono o come si pongono, mi chiedo se realmente abbiano un cuore, custodiscano un’intimità o espongano tutto in vetrina.
Mentre Gesù ha passato trent’anni nel nascondimento, nel mistero umile della vita di Nazareth per imparare, e ha dedicato solo tre anni per predicare e manifestarsi al mondo. È un fatto noto a tutti che il mistero della vita nascosta di Gesù a Nazareth abbia affascinato alcuni santi, come Charles de Foucault e Teresa del Bambino Gesù. L’umiltà di Nazareth non è da intendersi come un’umiltà artefatta o manierata, come saremmo tentati di pensare, adatta alla nostra edificazione. Nazareth, invece, è quel modo di vivere che rimane immerso nell’humus, nella terra, nella lingua della vita del popolo di Dio e della tradizione dei Padri, per imparare i linguaggi umani e poter poi farli diventare i linguaggi che parlano del regno di Dio.
Tutti gli esempi di vita raccontati da Gesù attraverso le sue parabole, egli li ha osservati attraverso la sua esperienza diretta vissuta in quei trent’anni. Al contrario noi viviamo al più sette anni di preparazione in seminario, pensando di poter e saper parlare nei successivi cinquant’anni di ministero senza più interrogarci, né fermarci, né pregare, né studiare, né ascoltare, né incontrare le persone. Ecco allora la prima sottolineatura, «Non dire: «sono giovane», perché nella tua vita di prete dovrai rimanere sempre discepolo!
- Non dire sono giovane: impara dalla realtà
Il testo della Prima lettura poi prosegue, dicendo:
«Non aver paura di fronte a loro,
perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,10)
Nel momento in cui Geremia fissa le sue parole per iscritto molti fatti del suo ministero profetico sono già accaduti. Non vale l’obiezione “sono giovane”, perché il Signore è pronto ad intervenire per proteggerci, e perciò ci incoraggia a non avere paura.
Dobbiamo considerare che molte situazioni di fragilità sono state vissute in egual modo in questi anni anche da parte di alcuni nostri sacerdoti. Purtroppo, la gente liquida tali fenomeni denunciandoli frettolosamente come indice di fragilità umana dei giovani preti. Il fatto nuovo, invece, è che oggi è difficile incontrare la realtà. Con i diaconi ne abbiamo parlato a lungo durante un incontro in Seminario. La realtà non può essere la proiezione dei miei ideali, dei miei desideri, è proprio una condizione che sta di fronte a noi e qualche volta può accadere di scontrarsi con essa.
Torno a ripetere allora quasi fosse un refrain: «Non dire: «sono giovane», perché dovrete imparare pian piano a lasciarvi inquietare e provocare dalla realtà. Non dimenticate mai che la frase più sintetica ed emblematica che disegna l’arco dalla vita di Gesù si trova nella lettera degli Ebrei e afferma:
«Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì» (Eb 5,8)
La traduzione italiana apre con una concessiva – pur essendo Figlio – ma occorrerebbe sottolineare invece con forza che (proprio) “essendo nella condizione di figlio”, imparò l’obbedienza dalle cose che patì, più che dalle cose che fece. Inoltre, l’espressione “dalle cose che patì” non significa solo patire per la sofferenza, ma vivere una passione, appassionarsi per una determinata esperienza, per una persona, per le famiglie, per i giovani e i ragazzi che devono crescere, per chi vive una qualche difficoltà… Gesù ha imparato, ha obbedito lasciandosi plasmare dalla vita. La parola obbedienza in italiano non sente più nell’orecchio la radice, sia greca sia latina, che deriva direttamente dal verbo ascoltare audire/ακούω(akoúo), per cui il verbo obbedire si traduce con obœdire/υπακούω (hupakoúo) ed esprime l’atto di ascoltare rimanendo dentro una relazione rivolta verso l’altro. Bisogna imparare dalla realtà della vita, degli incontri, delle persone, delle figure di riferimento. I primi beneficiari di tutto ciò, i primi ad averne vantaggio sarete voi, poi di certo anche gli altri.
- Non dire sono giovane: la sua parola tocchi la tua bocca
La terza sottolineatura, allora, dice:
«Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca,
e il Signore mi disse: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca”» (Ger 1,9)
Attualizzando anche in questo caso le parole di Geremia, dovrete dire le parole che Lui vi mette sulla bocca, e non dovrete fidarvi solo degli schemi che avete appreso in seminario.
A volte i giovani presbiteri appena usciti dal Seminario ostentano troppa sicurezza (come talvolta sento dire dai confratelli più maturi), ma non ci si deve affidare solo a ciò che si è imparato durante la formazione che resta comunque un aiuto, una grammatica, una piccola lente di ingrandimento, ma la vera sapienza viene dall’incontro con la vita. Le verità apprese saranno da pronunciare sottovoce e in punta di piedi, perché molte volte dovrà essere il Signore a mettere le Sue parole sulle nostre labbra. Dovrete avvertire che quasi marchiano la vostra bocca. Nel libro di Isaia si dice addirittura che bruciano le labbra (cfr Is 6,7). Mentre a volte emerge l’atteggiamento petulante di chi sa tutto e pensa di saper risolvere ogni cosa. Non si nasce imparati.
- Custodisci l’amicizia con Gesù
Vado verso la conclusione della mia riflessione con due piccole sottolineature, una tratta dal Vangelo (Gv 15, 9-17), l’altra dalla seconda lettura (At 6,17).
La pericope evangelica che è stata proclamata rappresenta un testo programmatico che era molto amato da papa Benedetto XVI, il quale ci ha lasciato parole bellissime sull’amicizia con Gesù. Dice il Vangelo di Giovanni:
«Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi».
Ecco! Questo è il mio augurio più vero, quello più intimo! L’amicizia con Gesù è ciò che non possiamo mettere in scena, anzi non dovremmo rivelarla a nessuno. È la stessa esperienza riservata che leggiamo al capitolo XXI del vangelo di Giovanni, quando Gesù appare ai discepoli e solo dai gesti si comprende e si scopre che è il Signore:
«E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore». (Gv 21,12) – ma bisogna avere quasi il pudore di non dirlo.
Purtroppo, noi siamo invece spudorati anche nei confronti di questi sentimenti. Solo attraverso un’amicizia così intima con Lui, Gesù ci può dire:
«Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16)
Molti possono produrre frutti, ma talvolta sono fuochi d’artificio e, dopo poco tempo, tutto si spegne. Il frutto cristiano, al contrario, anche quello delle apparizioni, delle visioni, delle missioni, dell’impegno di ogni vita cristiana, è un frutto che rimane anche dopo tanti anni, anche dopo aver cambiato parrocchia, perché non è legato al singolo prete o persona che si pensa come “il più bello del reame”!
- Vivi un tempo forte di servizio
E, infine, l’ultima sottolineatura viene dal Libro degli Atti degli Apostoli. È il testo nel quale si suole vedere l’istituzione del diaconato nella comunità primitiva. È interessante notare che si descrive un momento di contrasto nella vita della Chiesa.
«In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei» (At 6,1a)
Già a quel tempo sorgevano lamentele e mormorazioni. In origine il libro degli Atti ci narra che a Gerusalemme la comunità di provenienza giudaica e quella greca convivevano insieme e non era ancora avvenuto ciò che accadrà a partire dagli anni 70-80, per cui a Gerusalemme rimarrà la comunità di lingua ebraica mentre la comunità di lingua greca migrerà verso Antiochia.
«venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana» (At 6,1b)
A quell’epoca non c’era nessuna assistenza sociale (la pensione), e la cura delle vedove tra i primi cristiani svelava comportamenti parziali e favoritismi.
«Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico» (At 6, 2-3)
Dei sette fratelli scelti non si dice che siano diaconi, ma la tradizione attribuisce a questi il diaconato, perché in greco l’incarico che ricevono è espresso dal verbo διακονεῖν/diakoneīn = servire. Noi siamo qui oggi ad affidare a voi questo incarico attraverso il sacramento dell’Ordine e voi esplicherete tale servizio in molti modi, con il ministero della parola e della carità verso i malati.
Per questo vi affido una sola consegna che vorrete vivere in questo tempo, mentre sta volgendo al termine il mio mandato a Novara: in questi otto mesi impegnatevi a vivere una bella esperienza di servizio. Se così sarà, rimarrà anche dopo! Si è preti bravi, si fa un buon esercizio del ministero, solo se lo si vive non come padroni nel popolo di Dio, ma con un lungo e prolungato spirito ed esercizio di servizio. Tutti ne parlano, compreso il sottoscritto, ma vi assicuro che è molto difficile metterlo in pratica. Con tanti auguri!
+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara
