Eucaristia, comunità, relazione: il ministero della consolazione

Facebooktwittergoogle_plusmail

«La preziosità di Cristo-Eucaristia, il mandato missionario per la Chiesa-comunità che si fonda su essa e l’importanza della relazione personale col malato fondata su una vera prossimità». Sono i tre elementi chiave che hanno guidato la riflessione del vicario generale don Fausto Cossalter all’incontro diocesano dei Ministri straordinari della comunione, che si è tenuto domenica 31 marzo, al centro Maria Candida di Armeno, organizzato dall’Uffico catechesi e liturgia

Tre elementi uniti da uno stile – quello della prossimità – che sono fondanti per il minsitero della consolazione, cuore dell’intervento del vicario generale, cui tutti i ministri della comunione sono chiamati.

Qui il testo scaricabile in formato Word. Di seguito l’intervento integrale

 

 

Il ministero della consolazione

Incontro diocesano dei ministri straordinari della Comunione

 

Introduzione

Vorrei iniziare dicendovi: grazie! Grazie anzitutto perché avete accolto l’invito a dedicare una giornata all’incontro, al confronto e alla riflessione sul ministero che esercitate nella Chiesa, per viverlo sempre meglio. È anche il grazie di tutta la nostra Chiesa, perché con il vostro servizio che va sotto il nome di “ministri straordinari della Comunione”, voi contribuite a rendere visibile e concreta l’importanza dell’Eucaristia nella vita dei credenti.

Vi è stato consegnato un testo molto bello che forse avete già letto, è la Lettera ai ministri straordinari della Comunione di mons. Paolo Ricciardi, vescovo ausiliare della Diocesi di Roma per la pastorale della salute. Non serve un mio commento poiché è molto chiara e precisa; vi chiedo di rileggerla ogni tanto. Potrete utilmente rispondere alla domanda: “dove sei?” che l’autore ripete spesso circa la vostra chiamata a questo servizio, l’amore per l’Eucaristia, l’amore per i malati, l’unione a Cristo, l’unione con la comunità. Vi servirà a rinnovare la consapevolezza del servizio ecclesiale al quale siete stati chiamati.

Io oggi mi permetto di ridirvi con altre parole l’importanza e la bellezza del ministero che vivete, con qualche sottolineatura concreta che spero possa esservi utile.

Il nostro Sinodo diocesano ha auspicato la nascita di nuovi ministeri laicali nella Chiesa per una corresponsabilità sempre più estesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo; voi ne state già vivendo uno particolare, con il quale vi mettete al servizio di ciò che nella Chiesa noi abbiamo di più essenziale: siete al servizio dell’Eucaristia, che il Concilio Vaticano II (LG 11) definisce come fons et culmen, la “sorgente e l’apice” di tutta la vita cristiana.

Oggi in particolare, in un tempo in cui rischiamo di banalizzare tutto, quando anche l’accostarsi alla Santa Comunione è vissuto da alcuni più come una formalità o una convenzione sociale (pensate ad alcuni funerali dove a volte fare la Comunione sembra che diventi un modo per mostrarsi ai parenti e porgere le condoglianze), voi ministri straordinari della Comunione siete la testimonianza della premura della Chiesa perché non manchi a nessuno, e in modo particolare ai fratelli e sorelle assenti dall’assemblea eucaristica a causa dell’età avanzata o della malattia, ciò che ci fa vivere ed essere cristiani!

Questa giornata di incontro, di formazione, di amicizia tra coloro che nelle comunità svolgono questo servizio – ormai tradizionale nella nostra diocesi -, vuole oggi soffermarsi, però, su un aspetto importante, anzi un elemento inscindibile, del vostro ministero: con il vostro servizio voi vivete anche il ministero della consolazione.

È un ministero che si concretizza nella visita ai malati, come attenzione ai sofferenti, alle persone più fragili e vulnerabili, agli anziani soli, ai deboli. Uno stile, che impariamo da Gesù: non è una delle tante cose che fa, ma uno degli elementi centrali del Vangelo. Basti pensare come nei brani dei Vangeli Sinottici che parlano dell’invio in missione dei Dodici, la guarigione sia il programma d’azione che Gesù affida ai discepoli insieme all’annuncio della venuta del Regno di Dio.

Ascoltiamoli.

In Marco (6, 7-13) leggiamo: «proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano»;

in Matteo: (9,35-10,15) «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni»;

in Luca: (10, 1-11) «curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio».

Ma cosa può significare, per noi, questo mandato a “guarire” gli ammalati? Che tipo di guarigione è? Nemmeno la medicina assicura una guarigione certa!

Per capirlo guardiamo ancora a Gesù: l’esperienza della Croce è condivisione – da parte del Dio che si fa uomo – della sofferenza degli uomini. La guarigione, allora, è la prossimità, la comprensione, fino alla condivisione.

Lo spiega bene il nostro vescovo Franco Giulio che al tema dedica un capitolo del suo Liber Pastoralis (pagg. 231-240), nel quale traccia un percorso che parte dall’analisi dei gesti di Gesù di fronte alla sofferenza per arrivare – attraverso la riflessione proprio sul senso della Croce – ai gesti di cura cui è chiamata la Chiesa.

Nel parlare di consolazione e del ministero straordinario della Comunione, vorrei proporvi un itinerario che unisce tutti questi elementi cui ho accennato: la preziosità di Cristo-Eucaristia, il mandato missionario per la Chiesa-comunità che si fonda su essa e l’importanza della relazione personale col malato fondata su una vera prossimità.

Elementi che si intrecciano in maniera inscindibile nei ministeri della consolazione e della Comunione. Perché la consolazione è un dono che voi portate agli ammalati in un duplice modo: la consolazione della vostra presenza, dei vostri gesti, delle vostre parole, delle vostre attenzioni; e la consolazione che i malati ricevono dall’incontro con Cristo, Pane di vita.

 

  1. La preziosità dell’Eucaristia

Vorrei partire proprio ribadendo la centralità e preziosità dell’Eucaristia, proponendovi un breve scritto, che mi ha sempre colpito, di un grande monaco e scrittore: autore, tra i molti libri che ha pubblicato, di un testo che è diventato un best-seller mondiale. Si tratta di Thomas Merton, un monaco trappista statunitense morto nel 1961, il cui suo primo libro si intitola: La montagna dalle sette balze, scritto per obbedienza al suo superiore, che gli aveva chiesto di raccontare la storia della propria conversione. C’è un passaggio in cui descrive il momento della sua Prima Comunione avvenuta nel 1938 con queste parole:

«E vidi l’Ostia levata, il silenzio e la semplicità con cui ancora una volta il Cristo trionfava, alto, attirando a Sé ogni cosa, attirandomi a Sé. […] Ero solo alla balaustra. Il Cielo era tutto mio, quel Cielo che non subisce divisione o diminuzione per quanti vi partecipano. Ma quella solitudine serviva a ricordarmi che il Cristo celato nella piccola Ostia dava Sé stesso per me e a me, e con Sé offriva tutta la Divinità e Trinità, grande e nuovo impulso di forza e di stabilità per l’opera iniziata solo pochi minuti prima al fonte (battesimale). […] Nel Tempio di Dio che ero diventato, l’unico eterno e puro sacrificio veniva offerto al Dio che dimorava in me, il sacrificio di Dio a Dio, e insieme a Dio sacrificio di me a Lui incorporato nella sua Incarnazione. Cristo nato in me, nuova Betlemme, e sacrificato in me, Suo nuovo Calvario, e risorto in me, Cristo che in sé stesso offriva me al Padre, Padre mio e Suo, di ricevermi nel Suo infinito e speciale amore…».

(T. MERTON, La montagna dalle sette balze, Garzanti 2015, pag. 268).

Merton ci immerge nella grandezza del mistero dell’Eucaristia così come l’aveva colta da giovane convertito. Penso ora ai nostri bambini che celebrano la Prima Comunione, ma anche a noi stessi e al grado di consapevolezza che abbiamo del dono grande che è l’Eucaristia, cosa realizza in noi e a come trasforma la nostra vita…

Vi invito per questo a conservare nel cuore l’amore per l’Eucaristia, a non diventare mai praticoni, a riceverla voi stessi con questo spirito, e a ricordare sempre la prima volta nella quale l’avete distribuita ai fratelli, per mantenere la stessa intensità e devozione.

Non avete qualcosa tra le mani, ma il corpo offerto del Signore Gesù! Non distribuite qualcosa, ma Qualcuno!

  1. Il ministro straordinario della Comunione

Proviamo ora a riflettere insieme sul senso del ministero che esercitate, partendo da due documenti della Chiesa.

«I Ministri straordinari della santa Comunione sono incaricati per la distribuzione della santa Comunione fuori della Messa, allorché è difficile, per la distanza, recare la s. Comunione, soprattutto in forma di Viatico, a malati in pericolo di morte, o quando il numero stesso dei malati, specialmente negli ospedali o nelle case di cura, esige la presenza di un certo numero di ministri».

(Istruzione della Sacra Congregazione per la Disciplina dei Sacramenti, Immensae Caritatis, Roma, 29 gennaio 1973, n.1).

«Si tratta di una ministerialità da promuovere e da valorizzare come segno di una comunità che si fa vicina al malato e lo ha presente nel cuore della celebrazione eucaristica, come membro del Corpo di Cristo, a cui va offerta la cura più grande.

Prezioso è il dono che si può offrire ai malati e ai loro familiari attraverso la visita sia a domicilio che nelle strutture ospedaliere presenti nell’ambito della parrocchia. La visita ai malati e ai familiari, fatta a nome della comunità, è sorgente di fraternità e di gioia, li fa sentire membri attivi della comunità ed è segno della vicinanza e dell’accoglienza di Dio»

(Nota CEI Predicate il Vangelo e curate i malati, Giugno 2006 n. 65).

Da queste parole deduciamo alcune considerazioni, che vorrei sottolineare per punti.

  1. Portare l’Eucaristia ai malati è portare qualcuno e non qualche cosa, voglio ribadirlo con forza. Non si porta la Comunione per propria iniziativa. È una missione che viene richiesta ed è la Chiesa che invia. È quindi il Ministro Ordinario (parroco) che delega a un ministro stra-ordinario e quindi in quel momento si compie un’azione che non è nostra. Distribuire l’Eucaristia o portarla ai malati non è un diritto acquisito per sempre, ma un servizio che ci viene chiesto e che svolgiamo quando e come necessario.
  2. Ma siamo anche inviati dalla comunità ed è bene che ci sia un segno visibile di questo invio durante la liturgia domenicale: come ad esempio porre le teche sull’altare e chiamare, davanti alla comunità, le persone che portano la Comunione ad andare verso i fratelli ammalati. Noi condividiamo quello che abbiamo vissuto nella comunità.
  3. Sarebbe bello (anche se purtroppo spesso irrealizzabile) inviare sempre due persone insieme (due a due) per permettere di valorizzare la missione e non la persona che la compie.
  4. Siete ministri non per il solo servizio in chiesa, ma per andare là dove sono gli infermi e gli afflitti, per essere ancora più una “Chiesa in uscita”.
  5. Durante le nostre celebrazioni dovremmo sempre chiederci: “chi manca?” e costruire così il legame tra la comunità e chi è assente. Allo stesso modo, dovremmo tenere maggiormente presente e in modo più significativo, nella preghiera dei fedeli, proprio gli assenti. L’Eucaristia la si vive nel rapporto con una comunità costituita. La comunità ricevendo il Corpo di Cristo, diventa essa stessa il Corpo di Cristo. Se un membro della comunità è assente, portandogli la Comunione noi ricostituiamo il Corpo di Cristo.
  6. Portare la Comunione vuol dire anche portare la Pace. Il Cristo, dopo la sua Risurrezione, si rivolge ai discepoli dicendo “la Pace sia con voi”. Ma la Pace è difficile quando si è malati. Ecco perché la visita è importante. In questa visita, partecipando anche noi interiormente di quello che vive il malato, la Pace può poco alla volta entrare.
  7. Come ogni sacramento, anche il sacramento di Comunione è naturalmente in stretto legame con la Parola. Come nella Messa si ascolta la Parola prima di ricevere l’Eucaristia, questa Parola dà significato al dopo. Come i discepoli di Emmaus hanno il cuore che arde ascoltando Gesù, il malato è raggiunto da Cristo e il suo cuore dovrebbe ardere se noi condividiamo questa Parola con lui in uno scambio fraterno.
  8. Insomma, il vostro è il segno di una presenza di Chiesa, ma non clericale (secondo l’insegnamento della Christifideles laici). Ponendo l’accento sull’annuncio evangelico a tutti.

Infine, permettetemelo, due raccomandazioni:

  • Le persone malate, sono persone vulnerabili. Non dobbiamo dimenticarlo entrando in casa loro. Sono contente della nostra visita, ma forse anche della nostra partenza… In questa visita dobbiamo riscoprire la tenerezza di Dio che è paziente e accoglie l’uomo così come è. Dovremmo anche capire se la persona ha davvero coscienza di cosa significhi ricevere il Corpo di Cristo. Una visita senza dare la Comunione, non significa che la persona è privata della Comunione, poiché noi stessi siamo segno di Comunione, quella della Comunità che ha appena celebrato la morte e risurrezione di Cristo.
  • Siete ministri straordinari, non soltanto per portare la Comunione sacramentale, bensì per portare anche la comunione ecclesiale, la comunione umana e quella spirituale.

 

  1. Il ministero della consolazione

Il percorso che abbiamo fatto sino a qui, quindi, ci fa arrivare al tema della giornata: siete ministri straordinari non solo per portare la Comunione, ma anche per offrire consolazione. E questi due aspetti sono inscindibili.

Per capire cosa significa consolazione partiamo da questo testo:

«La Chiesa celebra nella visita al malato la consolazione di Dio, una consolazione che inonda il visitatore e il visitato, e li fa crescere nella comunione. Era questa l’anima del momento offerto alla riflessione nella Giornata Mondiale del Malato istituita da Giovanni Paolo II: una consolazione che sarebbe un grave impoverimento condizionare a talento o preparazione particolare. È una consolazione che richiede solo l’umiltà di credere di poter essere strumento di grazia e di misericordia, non per capacità proprie, ma perché Cristo è nel malato e ci manda e ci promuove a servirlo e a riempire il vuoto della sua solitudine con la forza del suo amore: “Va’, e anche tu fa’ lo stesso”. Nessuno è escluso, nessuno può esserlo».

«Malato e visitatore sono entrambi consolatori e consolati, dono reciproco d’amore e di comunione. Consolazione, grande dono di Dio, che scaturisce da un incontro vero tra chi si curva sul malato e chi è curato, nella certezza della presenza di Cristo in questa comunione profonda, che è l’antidoto alla solitudine… l’incontro è il rimedio alla solitudine».

(MARISA BENTIVOGLI, Settimana news, 11 novembre 2018).

Dunque, quando ci accostiamo a un malato o ad una persona fragile, la vera domanda da porsi non è mai “cosa posso offrirgli?”, ma: “chi posso essere per lui?”. I nostri doni migliori possono essere in realtà quelli con cui esprimiamo la nostra umanità: amicizia, bontà, pazienza, gioia, pace, perdono, gentilezza, amore, speranza, fiducia ecc. Questi sono i doni dello Spirito che siamo chiamati a condividere (cfr. Gal 5, 22s.).
Non è questo un invito a permeare con la ricchezza del nostro essere ciò che facciamo per i malati o ciò che diamo loro? Il malato, infatti, non ci chiede solo da bere, di essere alleviato nella sua sofferenza fisica, di essere medicato, pulito… ma anche di venire ascoltato, compreso, di comunicare, di essere aiutato a trovare un senso a ciò che sta vivendo.
Nell’ottica del dono da essere e da offrire nell’incontro con la persona malata, fragile, anziana, evidenzio alcuni atteggiamenti da far crescere in noi. Li riprendo da una riflessione di padre Alberto Russo, superiore dei Camilliani, in una relazione fatta alla diocesi di Napoli: “L’accostamento pastorale e spirituale ai malati nell’esercizio del Ministero Straordinario della Comunione”.

  1. Offrire relazioni significative

Il dono deve inserirsi all’interno di una relazione significativa, una relazione io-tu, fatta di gesti e parole. Stabilire un simile rapporto con il malato implica la capacità di considerarlo come mistero. Ogni persona, infatti, è portatrice di valori e di risorse che sfuggono all’osservazione superficiale… Tale condizione dell’essere umano non invita forse al silenzio, alla meraviglia, allo stupore e al rispetto? L’esperienza ci dice che non è facile considerare l’altro come persona, cioè un essere distinto da noi, ricco della propria autonomia. La tentazione, infatti, di inglobare l’altro, di fagocitarlo, di annullarlo assorbendolo in noi stessi, ci abita costantemente. Anche nel mondo della salute esiste il rischio di lasciarsi guidare dal funzionale, dall’utilitaristico e dal paternalistico, racchiudendo il malato nel suo ruolo di paziente, nella sua patologia, considerandolo puro oggetto della nostra compassione, occasione per un’affermazione di noi stessi. Chi non conosce, poi, l’insidiosa presenza della vanità, il desiderio di farsi notare attraverso gesti generosi, come ce lo rivela l’episodio evangelico dell’offerta al tempio da parte dei ricchi e della povera vedova (Mc 12, 41)?  Dobbiamo educarci a donare!

  1. Cosa offrire?

Il donare sé stessi o qualcosa di sé stessi alla persona che soffre si esprime attraverso un insieme svariato di atteggiamenti e di iniziative. Ne indico alcune, rilevando che esse trovano la loro sintesi nella carità. L’amore-agàpe impedisce ai nostri gesti di ridursi a “…bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1 Cor 13,1), trasformandoli in un’autentica risposta al Cristo, presente nel malato (cfr. Mt 25, 43).

  1. Il dono di un cuore ospitale

Il primo dono che possiamo offrire al malato è un cuore ospitale. L’essere ospitali si esprime nel creare uno spazio dove l’altro possa sostare. L’ospite si sente come a casa sua, rispettato nei suoi diritti, riconosciuto nella sua dignità. Questo atteggiamento interiore è essenziale per chi vuole aiutare il malato. Nell’ospitalità ha luogo una graduale trasformazione del malato, da estraneo a familiare.

  1. Il dono della visita

Il dono della visita richiede di uscire da sé e andare verso l’altro (ricordiamo la Vergine Maria che fa visita ad Elisabetta, cfr. Lc 1,39-56). La visita fraterna ai malati, ai morenti, alle persone, fatta a nome della comunità cristiana, è sorgente di fraternità e di gioia, li fa sentire membri attivi della comunità ed è segno della vicinanza e dell’accoglienza di Dio.

  1. Il dono della presenza

Visitando un malato con cuore ospitale, noi gli facciamo dono della nostra presenza. Essa può diventare autentico sacramento della vicinanza di Dio quando è permeata da rispetto, comprensione, fiducia, compassione, tolleranza, discrezione, gratuità, buon umore, gioia…
Tali atteggiamenti sono veicolati attraverso la parola, ma anche attraverso il silenzio e il contatto fisico. In situazioni di grande stress personale, nel quale il paziente si sente vulnerabile e isolato, nessun altro modo di comunicare è paragonabile al contatto, per quanto riguarda l’immediatezza del conforto e gli effetti tranquillizzanti. Il contatto fisico diminuisce il livello di ansia e rafforza le componenti di sicurezza e di calore. È un atto che simbolizza comprensione, conforto e interesse, e può spesso portare ad un interscambio verbale.

  1. Il dono dell’ascolto

Ascoltare qualcuno vuol dire non solo percepire le sue parole, ma anche i suoi silenzi, i suoi pensieri, le sue emozioni, il grido soffocato di alcuni gesti apparentemente banali. Fare un po’̀ come Dio che “non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza” (Citazione riportata da G. RAVASI, Fino a quando, Signore? Un itinerario nel mistero della sofferenza e del male, Cinisello Balsamo 2002, 18).
Uno dei bisogni fondamentali della persona malata è di parlare e di parlare di sé.
Il beneficio – e il dono- terapeutico più efficace e più gradito che si possa fare ad una persona malata non è l’abbondanza doviziosa di parole, ma la disponibilità ad ascoltarlo.

  1. Il dono della consolazione

«Ma non sempre la sofferenza può essere vinta e il male può essere guarito. Nel lungo calvario di una disabilità permanente o di una malattia inguaribile, o nel confronto supremo con la prospettiva imminente della morte, quando il dolore diviene insopportabile e la persona è tentata dalla disperazione o dalla resa, la solidarietà e la vicinanza della comunità cristiana possono essere di aiuto “per continuare a sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno” (GIOVANNI PAOLO II, Evangelium vitae, n. 67).

«Anche quando non è possibile guarire, si può sempre dare conforto e sostenere la speranza di chi è provato dal dolore. È quanto fanno ogni giorno innumerevoli persone, dagli assistenti religiosi ospedalieri ai sacerdoti e diaconi nelle parrocchie, dalle suore impegnate nel mondo della salute ai ministri ausiliari della Comunione, dai collaboratori pastorali ai volontari che visitano e assistono i malati a domicilio o nei centri di cura. Affiancando e integrando l’opera degli operatori sanitari, realizzano la beatitudine di Gesù che ha promesso consolazione agli afflitti (cfr. Mt 5, 4) e diventano ministri di consolazione e promotori di speranza. Con la loro vicinanza partecipe e solidale accanto ai sofferenti, imitano Maria che ai piedi della croce è di consolazione e di conforto al Figlio, pur non facendo nulla per toglierlo dal suo doloroso patibolo. Allo stesso tempo testimoniano la loro speranza nella vita dopo la morte e nella risurrezione futura, incoraggiando e sostenendo la speranza di chi soffre e di chi muore».

(UFFICIO NAZIONALE CEI PER LA PASTORALE DELLA SANITÀ, La comunità cristiana luogo di salute e di speranza, VI Giornata Mondiale del Malato, 11 febbraio 1998, Torino 1997, 13).

  1. Il dono del servizio

“Più cuore in quelle mani, fratello” raccomandava San Camillo e questo significa mettere a disposizione le proprie risorse materiali, il tempo, le competenze per rispondere ai più svariati bisogni dei malati: «Il mondo dell’umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell’amore umano” (Salvifici Doloris, n. 29).

Come Gesù buon samaritano, l’operatore pastorale/ministro straordinario della Comunione avrà cura di chi soffre, si occuperà di lui, starà accanto a lui, lo assisterà, spenderà del tempo – anche vegliando – così da offrirgli sollievo e salute (e salvezza attraverso l’Eucaristia). Riconoscerà altresì la presenza stessa di Gesù in chi soffre e con occhi contemplativi e con sguardo pieno di bontà, lo amerà e servirà.

  1. Il dono del camminare insieme

La relazione di aiuto. È un modo di camminare insieme che ha come scopo di aiutare a trovare la strada, a sostenere durante il percorso, eventualmente a illuminare là dove regna ancora l’oscurità, a indicare talvolta la direzione. Si tratta di aiutare malati a trovare una risposta ai persistenti interrogativi sul senso della vita presente e futura e la loro mutua relazione, sul significato del dolore, del male e della morte. Il colloquio deve essere umano, fraterno, aperto a tutti e rispondente alle esigenze e alle disposizioni dei malati. Per i credenti, esso deve essere orientato ad aiutarli affinché vivano la vita in Gesù Cristo e raggiungano la santità alla quale sono chiamati. In tali colloqui – che possono essere realizzati a diversi livelli, a seconda della competenza delle persone – chi cammina insieme può diventare segno di speranza per il malato, soprattutto se quest’ultimo sta vivendo un momento di oscurità e di particolare vulnerabilità.

  1. Il dono della preghiera e della celebrazione

Pregare per i malati e con i malati è un altro grande dono che può essere offerto a chi soffre. Allo storpio fin dalla nascita che gli chiedeva l’elemosina, Pietro risponde: «non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”» (At 3,6). Anche quando le nostre risorse sono limitate, oppure siamo impediti ad avvicinarci ai malati e a dialogare con essi, il dono della preghiera è sempre possibile. Essa può compiere il miracolo di ristabilire, attraverso la grazia del Signore, l’integrità del malato, accrescendo la sua fiducia in Dio.

Conclusione
Carissimi ministri straordinari della Comunione, se il vostro servizio è davvero necessario e importante per i malati, sarebbe bello che aiuti anche tutte le nostre comunità cristiane a sentirsi maggiormente impegnate nella cura delle persone malate e fragili, perché percepiscano che la comunità cristiana è loro vicina. La stessa vicinanza e sostegno è spesso necessaria ai parenti, anche loro coinvolti, a volte con grande difficoltà nella cura del malato.

Termino con un pensiero di papa Francesco (udienza generale del 22 marzo 2017) che, commentando il passo della lettera ai Romani (15,1-5) –  dove san Paolo scrive: «Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» – dice: «Questa Parola ci rivela che il Signore rimane sempre fedele al suo amore per noi, non si stanca di amarci. E si prende cura di noi, ricoprendo le nostre ferite con la carezza della sua misericordia. Non si stanca neanche di consolarci! […] L’espressione “noi che siamo i forti” potrebbe sembrare presuntuosa, ma nella logica del Vangelo sappiamo che non è così, anzi, è proprio il contrario perché la nostra forza non viene da noi, ma dal Signore. Chi sperimenta nella propria vita l’amore fedele di Dio e la sua consolazione è in grado e in dovere di stare vicino ai fratelli più deboli e farsi carico della loro fragilità. Se siamo vicini al Signore, avremo quella fortezza per essere accanto ai più deboli, consolarli e dar loro forza. Questo noi possiamo farlo senza autocompiacimento, ma sentendosi semplicemente come un canale che riversa i doni del Signore, divenendo seminatori di speranza. Il frutto di questo stile di vita è, come dice San Paolo, quello di “avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù”».

Concludo con una preghiera che vi invito a fare vostra, sia quando andate a portare la Comunione ai vostri malati, sia quando vi accostate a qualsiasi malato:

Signore, è terra sacra il dolore:
ch’io mi tolga i sandali quando entro
e non abbia a scivolare fra i letti
senza incontrare un volto e un nome.

Signore, è una cella oscura la malattia:
le sue pareti trasudano paura.
È un urlo muto che invoca ascolto
ai tanti bisogni e nascoste emozioni:
chiede di non negarli o minimizzarli,
ma riconoscerli e accompagnarli.

Insegnami, o Dio, l’arte del silenzio:
ch’io freni le domande inopportune,
i consigli non richiesti, le frasi fatte;
e, davanti all’animo amareggiato,
a spiegare l’insondabile mistero,
ch’io non tiri in campo il tuo volere,
ma porti nella preghiera il lamento.

Sia piuttosto il mio corpo a parlare:
il sorriso aperto, il calore delle mani;
e nel cuore oppresso dal male,
possa risvegliare le risorse sopite,
aiuti a scoprire le opportunità nuove.

Ch’io non pretenda, potente Signore,
di risparmiargli ogni pena e affanno
e m’accontenti di stare al suo fianco
come umile testimone di speranza,
come fedele compagno di viaggio.

Don Fausto Cossalter
Vicario generale
Diocesi di Novara