Bellezza e familiarità. Le parole del vescovo all’inaugurazione del nuovo seminario

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L’omelia integrale di mons. Franco Giulio Brambilla all’inaugurazione della nuova sede del Seminario diocesano, trasferitosi da Novara all’Istituto Gentile di Gozzano. La celebrazione eucaristica nella giornata inaugurale si è tenuta lo scorso 4 maggio.

 


La bella notizia del nuovo Seminario – l’omelia
Omelia alla messa nella giornata di inaugurazione del nuovo seminario di Gozzano
04-05-2021
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La bella notizia del nuovo Seminario

Inaugurazione del nuovo Seminario “San Gaudenzio”

Questo è stato per me l’anno del Seminario: ho predicato gli esercizi spirituali ai seminaristi nel mese di febbraio; di seguito ho avuto un dialogo personale con ciascuno di loro; il 12 aprile ho invitato i vescovi di Vercelli, Biella, Casale Monferrato, Acqui Terme e Ivrea, per visitare il nuovo Seminario, raccogliendo il loro compiacimento per la struttura. Oggi il seminario di Novara, pur non essendo formaliter un seminario interdiocesano, lo è sostanzialmente. Infatti, già oggi sono presenti i seminaristi dalle diocesi di Ivrea, Biella e Vercelli e dall’anno prossimo probabilmente anche da Acqui Terme e Casale Monferrato. Poi sono seguite le giornate recenti: i seminaristi hanno persino fatto una novena di lutto per abbandonare la vecchia struttura e, infine, ieri abbiamo vissuto una giornata intima, molto bella, favorita anche dal sole, nella quale abbiamo dato avvio alla nuova sede della comunità.

Oggi siamo qui con tutti voi per inaugurare il nuovo Seminario Diocesano. Non sono più i tempi della cristianità, nei quali si invitava tutta la diocesi, anche perché in questo tempo di pandemia non è neppure possibile. Tuttavia questa mattina desideriamo ugualmente onorare il momento in cui festeggiamo l’inizio della nuova struttura nella cornice, per la quale non trovo un aggettivo adeguato, starei per dire spettacolare, incomparabile, quasi un miracolo. Devo confessare che il risultato, che sta sotto gli occhi di tutti, è stata una conversione anche per il vescovo, perché l’idea iniziale prevedeva solo un passaggio temporaneo, una soluzione ponte di alcuni anni, per trasferire poi il Seminario, come suggeriscono per molte diocesi, vicino alla Cattedrale, vicino al vescovo, nel centro di Novara, nell’an­tico seminario di via Dominioni. È stato però il Consiglio Presbiterale, riunito qui nella bella sala delle conferenze, che sarà intitolata, come è giusto, a don Teresio Brustio, a suggerire di trasformare la scelta temporanea in soluzione definitiva.

Ieri sera ascoltando il racconto delle prime impressioni di questi giovani, m’è parso di cogliere la loro soddisfazione.  Sono approdati in un ambiente arioso, luminoso e salubre, che consente di immaginare la presenza del Seminario in una zona pastoralmente interessante, che in certo modo si prolunga verso l’Ossola, i Laghi e la Valsesia, per rendere possibile un’esperienza pastorale ricca, dato che qui siamo nel centro geografico della diocesi. La nostra Diocesi è come un albero di alto fusto, con il tronco robusto e la chioma frondosa, ma con il capoluogo alla radice, impegnativo da raggiungere dai confini dell’estesissimo territorio. Oggi il nuovo Seminario si colloca al centro ideale della Diocesi.

Sono questi alcuni pensieri, uniti a quelli che ho scritto nella lettera che ho inviato come messaggio alla Diocesi, in cui vi ricordavo due notizie piuttosto forti. La prima rendeva conto del numero dei sacerdoti che negli ultimi dieci anni ci hanno lasciato (centosei) e dei sacerdoti che sono stati ordinati (ventiquattro). Questi numeri ci indicano anche le scelte, purtroppo dolorose, ma che la verità della vita ci impone di fare, pensando quindi a un ministero per il domani più leggero e sciolto. C’è anche una seconda verità, magari più nascosta, ma che ho dovuto registrare di persona, perché negli ultimi quindici anni, la struttura che abbiamo lasciato a Novara, accusava una perdita gravissima, con la quale avremmo potuto ristrutturare almeno due volte questo Seminario.

Tuttavia, come ho spiegato ieri sera ai seminaristi, la questione economica è solo l’occasione del trasferimento, ma non la causa. La causa profonda consiste nel fatto che bisogna pensare a una casa più adatta, più familiare, che permetta una formazione adeguata, anche pensando ad alcune esperienze di diversa impostazione, tentate in questi anni, ma rivelatesi fallimentari. Sembra dunque più saggio che ci sia una struttura non grande, più familiare, pur essendo molto degna: anzi suggerirei per questo nuovo Seminario, di non usare la parola lusso, ma la parola bellezza, la quale porta con sé anche una forte valenza educativa. Questo dunque volevo dirvi per quel che riguarda il contesto.

Per quanto concerne l’annuncio della Parola di Dio di oggi mi pare bello sottolineare nella pagina letta del libro degli Atti degli Apostoli (At 14,19-28) tre espressioni significative del racconto che viene considerato il primo viaggio apostolico di Paolo (At 13,1-14,28). In realtà è una sezione veloce, che sembra scritta di fretta dal diarista e di cui abbiamo letto quest’oggi la pagina finale, al termine del capitolo 14. Il capitolo 15 presenterà – come è noto – il cosiddetto Concilio di Gerusalemme. In questo testo vi sono tre espressioni notevoli che vi regalo per la meditazione.

 

  1. Designarono alcuni anziani e… li affidarono al Signore

La prima espressione si trova verso la fine del testo e racconta: 

“Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto”. (At 14,23)

È il momento generativo della Chiesa. Paolo compie il suo primo viaggio ed è significativo il fatto che – per quanto il racconto degli Atti possa essere schematico nel dire in una sola riga ciò che è avvenuto più volte – appaia necessario per ogni comunità, nata attorno l’annuncio della Parola, mettere a capo degli anziani, termine che in greco corrisponde a presbíteri – πρεσβυτέροι – preti nella forma contratta delle lingue moderne. L’apostolo designa in ciascuna nuova comunità alcuni anziani, per mantenere la radice apostolica: questa è la funzione del ministero ordinato. «Dopo aver digiunato e pregato [Paolo] affida alcuni al Signore, nel quale avevano creduto». Si diventa preti perché ci è stato affidato un ministero, si diventa vescovi perché ci è stata affidata una porzione di gregge, e ciò avviene nel contesto della preghiera e del digiuno. E però la comunità ci viene affidata perché abbiamo creduto al Signore. Il Seminario è, allora, il tempo in cui si impara a credere, perché se poi bisogna annunciare, si può farlo solo non smettendo mai di credere!

Il ministero presbiterale è un’esperienza della fede e della preghiera che sta in piedi a prescindere dalla vetrina di Facebook, dove registriamo tanti link, come sta avvenendo sovente in questi tempi. Non si sta in piedi per tanti anni, se non c’è per una struttura spirituale profonda e personale, che non ha neanche bisogno di mettersi in vetrina, sia nella forma antica sia nella forma moderna, non perché sia sconveniente farsi vedere sulle pagine dei social, ma piuttosto perché poi scatta un meccanismo perverso, per cui tu devi stare ogni giorno sulla piattaforma per farti vedere! Sono i nuovi idola fori! E naturalmente, poiché vale per tutti la legge che il giorno abbia solo ventiquattro ore, è inevitabile che ci si faccia prendere da questo vortice e si finisca totalmente assorbiti. E ne faccia le spese il servizio alla comunità e alle persone in carne e ossa.

In questo momento fondativo, molto importante, c’è nel testo un’interessante successione di verbi: “dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore,”. Anche il vescovo affida i suoi collaboratori al Signore; anche il parroco affida i suoi credenti al Signore, “nel quale avevano creduto e… continuavano a credere!”, così come è espresso anche dal verbo al perfetto (εἰς ὃν πεπιστεύκεισαν). Questa è la prima cosa importante: passare attraverso l’esperienza del Seminario deve far emergere con assoluta limpidità che l’anziano, colui che presiede la comunità, è un credente che è diventato prete e un prete che è rimasto credente.

 

  1. Dobbiamo entrare nel Regno con molte tribolazioni

La seconda espressione che raccolgo dalla pagina di Atti sta invece all’inizio del brano. Dapprima Luca sviluppa la narrazione dei fatti:

“In quei giorni, giunsero [a Listra] da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò – ἀναστὰς – ed entrò in città”. (At 14,19)

E poi Paolo stesso, quando commenta, aggiunge:

“esortando (i discepoli) a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni»” (At 14,22).

Questa è la seconda espressione che vi regalo. Potremmo invitare questi sacerdoti, che oggi ricordano i loro anniversari, a raccontarci la loro vicenda e a dire che il ministero è il gioco che si instaura tra la forza dell’annuncio del Regno – e forse siamo stati un po’ tutti al di sotto delle attese della gente – e il passaggio attraverso la grande tribolazione, come quella che abbiamo vissuto in questo anno. Nei prossimi mesi saremo chiamati, ciascuno di noi, a trovare uno spiraglio d’azzurro attraverso cui dire la speranza cristiana, ma non potremo annunciarla agli altri, se non raccontando cosa è stata per noi.

 

  1. Dio ha aperto ai pagani la porta della fede

La terza e ultima espressione è presa proprio dalla conclusione del primo viaggio. Dovrebbe essere quel gesto o meglio quel tempo che ci prendiamo ogni tanto per raccontarci a che punto siamo, cosa succede, che cosa faremo… Dice, infatti, il testo:

“Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia” (At 14,24-26)

Centinaia di chilometri narrati in un versetto.

“… là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli”. (At 14,27-28)

Una scena commovente di resoconto evangelico: oggi la chiamerebbero sinodalità! Qui è raccontata con un linguaggio molto bello, che intravede la mano di Dio nell’opera dei ministri del Vangelo. Anche la forma del linguaggio con cui noi riferiamo le nostre cose, avrebbe bisogno di una certa purificazione interiore! Se noi annunciamo ciò che abbiamo fatto, lo dobbiamo dire con una lingua che testimonia l’opera meravigliosa di Dio. La gente attraverso le nostre opere deve rendere gloria al Padre nostro che è nei cieli (cfr. Mt 5,16b).

E poi, il narratore racconta come Dio «avesse aperto la porta della fede ai pagani». A tal proposito avremo nei prossimi anni tanta gente che ha bisogno di passare di nuovo attraverso la porta della fede. Vi prego e vi invito a riaprire tutte le porte, tutte le possibilità antiche e nuove, per far transitare le persone di nuovo attraverso “la porta della fede”. Le riflessioni che vi avevo inviato a riguardo dello stato della religiosità in Italia, commentando l’ultima grande indagine del 2017, mantengono intatta la loro attualità. Anzi è molto probabile che usciremo dalla pandemia con quelle medesime dinamiche che nel frattempo si saranno aggravate. Dovremo servire alla nuova realtà che ci domanda di passare da capo attraverso la porta della fede. Paolo è stato il grande apostolo che ha aperto le porte della fede ai pagani.

In questo contesto, infine, si dice:

“E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.”

Abbiamo bisogno di sostare un poco per raccontarci il cammino che stiamo facendo: io l’ho fatto con un po’ di entusiasmo nei primi due mesi – febbraio/marzo – e ora dovrò riprendere. Ho potuto ascoltare i vicari episcopali, i direttori di Curia, i moderatori. Ora continueremo in modo tale che quando riusciremo a veder le stelle potremo dire: “Ti lodiamo, Signore, perché hai aperto a tanti la porta della fede!”.

***

Ringrazio voi che siete qui convenuti. Vi invito dopo la messa a visitare il nostro Seminario nuovo e bello, che è stato ristrutturato molto bene in questo tempo drammatico e si apre oggi come un grande segno di speranza. Ringrazio in modo particolare, e mi piace farlo qui davanti a tutti voi, don Renzo Cozzi che ha messo tutta la sua passione per presentare una casa accogliente e bella. Egli poi ringrazierà tutti quanti hanno dato forma al nostro sogno!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara