Messa a Lourdes, festa dell’Assunta e centenario di Re: tre omelie di mons. Brambilla

Facebooktwittermail

Pubblichiamo di seguito  tre omelie del periodo estivo del vescovo Franco Giulio: quella nella messa alla Grotta di Lourdes durante il pellegrinaggio diocesano con malati e fedeli dell’Oftal, quella per la festa dell’Assunta, celebrata al Sacro Monte di Varallo e quella in occasione della festa per il centenario della posa della prima pietra della Basilica di Re.

Tre luoghi del cuore

Messa alla Grotta di Luordes, pellegrinaggio diocesano con l’Oftal

Grotta di Lourdes, 28 luglio 2022

Carissimi,

è per noi una gioia celebrare l’Eucarestia alla Grotta di Lourdes, facendo festa attorno a mons. Salvatore Ligorio, arcivescovo di Potenza, che presiede la celebrazione e che compie insieme 75 anni di vita, 50 di sacerdozio e 25 di episcopato: è un incastro e una congiunzione astrale che capita a pochi.


Tre luoghi del cuore
Messa alla Grotta di Luordes, pellegrinaggio diocesano con l’Oftal
28-07-2022
Download PDF


Rimane un’immagine indimenticabile quella che abbiamo ascoltato nella prima lettura dal libro di Geremia: siamo come l’argilla nelle mani del vasaio; anche quando il vaso non viene bene oppure si rompe, se la creta è ancora mobile e plastica, il vasaio può sempre riplasmarla e ricostruirla daccapo.

Noi siamo venuti qui alla Grotta – per la maggior parte di noi è l’ultimo giorno prima della partenza – e abbiamo messo la nostra creta nelle mani del vasaio con l’assistenza di Maria che ci aiuta a educare il nostro cuore.

Ci sono “tre luoghi del cuore” che sono annunciati, prima nel Vangelo di questa mattina e, poi, ricorrono altre due volte nel Vangelo di Luca, per sigillarsi infine all’inizio del libro degli Atti degli Apostoli: dicevo tre luoghi del cuore che si riferiscono a Maria e sono segnati dalla sua amorevole presenza.

  1. Il primo luogo del cuore: eccomi!

Il primo luogo del cuore è contenuto nell’ultimo versetto del Vangelo letto poc’anzi: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). È interessante il verbo: “avvenga per me”, “accada dentro di me”. La Parola è un evento che accade dentro di noi; è qualcosa che mette in moto una storia. Non è semplicemente una parola ascoltata distrattamente, en passant che, poi, ci fa ritornare come prima alla vita usata. Deve accadere dentro di noi, deve essere come le mani che continuano a riplasmare la creta del vasaio. Maria nel primo incontro con l’angelo dice esattamente questo.

Alla fine di questo episodio del vangelo dell’infanzia, commentato qui alla Grotta più e più volte, rimane il sigillo di questo primo “eccomi”, tant’è vero che è un po’ come il timbro, il marchio di fabbrica di ogni “eccomi” della storia della Chiesa. Quando all’inizio della vita di una persona nasce nell’animo, sorge nella testa e riscalda il cuore l’intuizione che guiderà la propria vita, tutto questo si riassume con una parola sola: “eccomi”. Oh, ma quanto costerà questo “eccomi”! Bisognerebbe chiederlo ai sacerdoti qui presenti, a cominciare da mons. Ligorio, il cui volto ha ormai i tratti solcati da questo “eccomi”. È una parola che, detta con santa imprudenza all’inizio della vita, forse anche con un po’ di impudenza, ci mette in moto e costruisce il nostro cammino. Ecco il primo luogo del cuore: quello dell’intuizione, quello dell’anticipazione, quello dove il tutto è concentrato nel frammento. Guardando il volto dell’Immacolata di Lourdes riascoltiamo la freschezza del nostro primo “eccomi!”

  1. Il secondo luogo del cuore: custodire!

Un secondo luogo del cuore, sempre segnalato dalla presenza di Maria, si trova alla fine dell’episodio della nascita di Gesù: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19)

I due verbi usati – “custodire” e “meditare” – sono i due verbi della Sapienza, i due verbi con cui la parola deve essere macerata, dev’essere sminuzzata, deve essere ruminata, deve fare storia con le nostre storie, deve diventare vita con le nostre vite… e voi siete venuti qui in questi giorni proprio per questo.

L’abbiamo detto il primo giorno, quando ci siamo visti nella Basilica sotterranea di san Pio X, perché siamo venuti a Lourdes come “mendicanti della vita”; ma questa mendicanza, la percezione di ciò che manca, ha bisogno di essere riempita da due atteggiamenti, che si alternano vicendevolmente: “custodire” e “ruminare” la Parola dentro il proprio cuore. La Parola di Dio deve essere la parola con la “P” maiuscola, che dà senso, valore, smalto, colore, calore, alle nostre parole fragili, alle nostre cose incerte… Pensate quante ne diciamo!

Nel nostro tempo il fiume delle parole è diventato una sorta di “orgia”. Non son più parole dette, ma parole ostentate, messe in video sui social, dove molti giovani preti impazzano tutte le mattine e, prima del breviario, prima di ogni preghiera, prima di ogni incontro… hanno già visto tutti i post sui social della notte e della giornata! Ma sono parole fragili, son parole incerte, che un salvaschermo porta via nell’arco di una giornata. Anzi, in un momento!

Abbiamo bisogno di custodire e ruminare, invece, quella Parola che assume le nostre parole. Il verbo del vasaio (jāšar) è bellissimo: significa plasmare l’argilla dal di dentro, riplasmare la creta sempre da capo, anche se ci sono le storture, le fratture, anche se il vaso è andato in pezzi, si può rifare sempre di nuovo. Così noi dobbiamo lasciarci plasmare per una giornata nuova, per una stagione nuova della vita.

Questo testo appartiene a una delle tre risposte al racconto del Natale (Lc 2,18-20). Dice Luca che i presenti si meravigliavano delle parole/cose che udivano (Lc 2,18). Il Natale si riduce spesso a questa prima risposta: la meraviglia di fronte alle luci e ai lustrini di una notte speciale. Per carità è già una risposta positiva che accende il cuore, ma che si spegne quando cala il sipario della festa. Poi il racconto del Natale dice che i «pastori se ne tornarono lodando e glorificando Dio» (Lc 2,20). È un seconda risposta, più profonda e più alta: essa riconosce negli eventi la presenza di Dio che salva, la sua gloria. Ma anche i pastori escono di scena, non torneranno più nel seguito del vangelo. Non basta riconoscere in un evento la presenza di Dio o di qualcuno che sta in alto e poi tornare alla vita di prima come prima. Solo di Maria si dice che «custodiva e meditava su questi avvenimenti» (Lc 2,19). I presenti e i pastori se ne vanno, escono dalla scena, nel ministero di Gesù non appaiono più. L’unica che tiene il filo tra l’infanzia e il ministero di Gesù è Maria e solo lei ritornerà nel vangelo di Gesù adulto. Il grande esegeta R. Brown ha fatto addirittura un’ipotesi suggestiva: nelle triplice risposta al Natale di Gesù, Luca visualizza il destino del seme buono della parabola del seminatore, che produce ove il 30 (i presenti), ove il sessanta (i pastori), ove il cento per uno (Maria). Tre risposte buone in crescendo!

Ecco il secondo luogo del cuore: è quello più nascosto. Non ha il tratto dell’evento memorabile che si ricorda, ma è quello che scende nel cuore e trasforma la vita! È come il seme che deve morire dentro il terreno, sennò rimane secco; anche il seme più prezioso rimane inerte se non marcisce e non muore nel terreno, e se il terreno è arido o pieno di erbacce e non porta i suoi succhi vitali, la sua storia, la sua vita. È solo nell’incontro tra terreno e seme che avviene l’esplosione della novità della Parola.

  1. Il terzo luogo del cuore: praticare!

Il terzo luogo del cuore si trova nel capitolo ottavo di Luca, quando alcuni vanno da Gesù e «gli fecero sapere: Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti» (Lc 8,20). Tutti noi saremmo usciti, per vedere il volto della madre e felicitarci con i fratelli. Ma Gesù invece si gira e dice: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).

Abbiamo il mondo pieno di uditori, più o meno distratti, ma ci manca almeno un gruppetto di persone, almeno quattro discepoli, forse anche la metà, che siano praticanti della Parola. È un tratto che noi cristiani abbiamo perso, perché noi siamo diventati “cristiani sentimentali”: una cosa c’è, se è “sentita”. Se voi osservate il Nuovo Testamento: “una cosa c’è, se è praticata”. La fede è prima di tutto una pratica. Ve lo dice un ex-teologo: la fede (come l’amore) non è una teoria: è una pratica. Dopo si capisce, ma prima si pratica! Mentre, da qualche tempo, la nostra pedagogia, anche con i ragazzi della Prima Comunione e della Cresima, dice: “prima devi capire, poi farai la Prima Comunione”. Invece nel primo millennio si diceva: “Comincia a praticare, poi piano piano capirai”. Infatti, le cose più importanti della vita le abbiamo imparate così. Prima abbiamo ascoltato da papà e mamma le parole, poi abbiamo capito il loro significato; prima abbiamo imparato a giocare con i diversi termini e immagini – i sorprendenti giochi di parole che fa un bambino di tre-quattro anni – e poi siamo arrivati al ragionamento e alla comparazione; prima abbiamo imitato i loro gesti e poi abbiamo capito che ci volevano bene.

Chi sono mia madre e miei fratelli? «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21). Ecco io, che sono (stato) un teorico, sono un grande tifoso del cristianesimo della pratica, di un cristianesimo che deve lavorarci dentro, che deve faticare, non di un cristianesimo sentimentale… Ho capito teoricamente quanto sia importante la pratica della vita e della fede!

Sentite questa espressione dolcissima: “chi sono mia madre e miei fratelli?” Attenzione: alla fine il terzo luogo del cuore di Maria diventa inclusivo degli altri – “chi sono mia madre e i miei fratelli?” “Tutti coloro che ascoltano la parola e la mettono in pratica”. Maria praticando la Parola diventa madre di tutti e ci rende tutti fratelli.

Concludo con una bella immagine, che riprende la quarta apparizione di Maria nell’opera lucana. L’abbiamo ascoltata ieri. Ce l’ha commentata con parole suadenti il vescovo di Tortona. È l’icona della “prima Chiesa”. Noi di solito diciamo che l’immagine tipica della Chiesa primitiva è quella del capitolo 2 degli Atti degli Apostoli, e in parte abbiamo ragione. Lì si dice: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42).

La “prima immagine della Chiesa”, tuttavia, è quella del capitolo 1 di Atti, dove erano insieme gli undici apostoli con le donne e con Maria, sua madre, e i fratelli di Gesù (At 1,13-14). Nel versetto seguente (At 1,15) l’evangelista parla di centoventi fratelli: è il nuovo popolo di Dio in miniatura. Questa è la prima icona della Chiesa, che non viene superata dalle altre, ma è il cuore di tutte le altre icone. Se si perde questa, tutte le altre sono vuote. L’icona originaria della Chiesa è la comunità che persevera in preghiera con al centro Maria, è la Chiesa “mariana”. Certo viene nominato al primo posto Pietro con gli altri apostoli, ma vi sono anche le donne e molti discepoli. Il fermo immagine dell’origine è la Chiesa in preghiera, è la Chiesa dell’eccomi, del custodire e del praticare!

Fragilità e grandezza dell’uomo

Assunzione della Beata Vergine Maria

Sacro Monte di Varallo, 15 agosto 2022

Celebriamo oggi la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria in cielo. Forse è la prima volta dopo due anni che riusciamo a viverla con un cuore più libero, pieno di speranza. Anche stamattina a Rima, il piccolo paese dove trascorro solitamente un periodo di vacanza e di studio, abbiamo potuto fare la processione secondo la consuetudine della tradizione che invece avevamo dovuto sospendere a causa delle restrizioni.


Fragilità e grandezza dell’uomo
Assunzione della Beata Vergine Maria
15-08-2022
Download PDF


Mi pare bello e significativo, allora, fare una piccola sosta per poi riprendere il cammino. Ci facciamo guidare da un testo molto conosciuto, che ci aiuta a riflettere sul mistero al centro dell’Assunzione di Maria. Potremmo intitolarlo così: fragilità e grandezza dell’uo­mo. Il testo a cui mi riferisco è molto famoso e si trova nei Pensieri di Blaise Pascal (1623-1662). Ascoltiamolo:

«377. L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel chelo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla.
Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero. In esso dobbiamo cercare la ragione di elevarci, e non nello spazio e nella durata, che non potremmo riempire. Lavoriamo, quindi, a ben pensare: ecco il principio della morale.
»
(B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino 1967, p. 163).

Il testo di Pascal parla appunto di miseria e grandezza dell’uomo, della nostra fragilità e vulnerabilità e della nostra dignità e umanità. Proprio per questo l’uomo è grande. Egli è la più fragile delle creature. Anche quando nasce il cucciolo d’uomo è il più indifeso. Gli altri esseri, al contrario, sono dotati dalla natura di difese naturali e protezioni adeguate. L’uomo nasce nudo e senza nulla. Abbiamo sperimentato questa nostra vulnerabilità in modo grave soprattutto negli ultimi due anni!

1. Ecco allora il primo esercizio che vi suggerisco. Sarebbe bello che ciascuno di noi riflettesse un po’ sulla fragilità che tocca il nostro intimo. Essa si è manifestata – e lo ricordavo proprio lo scorso anno nella stessa circostanza – quasi ad un secolo di distanza dall’altro grave evento che accadde agli inizi del Novecento, chiamato influenza spagnola, che provocò la morte di milioni di persone. Anche noi abbiamo avuto tante vite spezzate, non per una goccia d’acqua, come dice Pascal, ma per un nemico addirittura più piccolo, invisibile, un virus. Così abbiamo sperimentato in modo inatteso la nostra fragilità.

Occorrerà per questo aiutare i giovani a raccontare un po’ le loro paure e le loro ansie, la minaccia con cui si sono sentiti derubati di un po’ di futuro. Abbiamo parlato persino in modo retorico nel primo lockdown, quando dicevamo che finalmente in famiglia ci sarebbe stato il tempo per parlarsi, per raccontare, per ascoltarsi, per venirsi incontro. Può essere che sia accaduto così per il primo mese e mezzo, ma successivamente anche in famiglia sono emerse tutte le difficoltà, perché il regime di chiusura non è sempre solo favorevole ad ascoltarsi, ma crea anche claustrofobia, vale a dire la paura di essere costretti e chiusi in casa. Nella scorsa primavera ho partecipato ad un convegno durante il quale hanno parlato diversi psicologi che hanno espresso la loro grande preoccupazione per il disagio che si è venuto a creare all’interno di molte famiglie.

Ecco dunque la nostra fragilità e vulnerabilità. Occorre che ciascuno di noi ne sia consapevole, soprattutto in questo tempo, nel quale, come accade ormai da trent’anni, tutti parlano di progresso, di corsa inarrestabile verso nuovi e migliori traguardi, ma non dobbiamo dimenticare che noi siamo una canna fragile, che sembra rigogliosa e resistente, come ce n’è sul lungo la foce del Toce, eppure, dice Pascal, basta una goccia d’acqua…

E tuttavia, o meglio proprio per questo, per la sua fragilità l’uomo e la donna sono anche grandi, perché, come dice ancora Pascal con il linguaggio del suo tempo, sanno pensare, sono coscienti anche della loro vulnerabilità e miseria. Non è la fragilità dell’animale o la fragilità di un elemento della natura che non sa perché è fragile. La nostra è una fragilità cosciente, e quindi può essere presa in mano per realizzare un percorso, per custodire e perseguire la propria dignità. La nostra vulnerabilità è lo stigma della nostra grandezza, perché ne siamo coscienti. Proprio attraverso questa ferita, sentiamo che siamo fatti per qualcosa di più grande, anzi più francamente per l’eternità, come ci annuncia il mistero che oggi celebriamo. È significativo perché, dice lo scienziato-filosofo francese, l’uomo col pensiero, ma direi anche con l’azione, deve cercare di elevarsi, e non solo nello spazio o nel tempo che non potremo mai riempire totalmente. Dobbiamo elevarci verso il nostro destino eterno, perché nulla di ciò che è veramente umano è destinato a finire nel nulla. “Lavoriamo quindi a ben pensare, questo il principio della vita morale”. Potremmo chiosare: questo è il motore della vita buona, è la via per il nostro approdo alla vita che non finisce.

2. Vi invito, allora, a fare un secondo esercizio che consiste nel guardare avanti. Il 15 agosto di ogni anno in certo modo rappresenta il giro di boa, sicché il ferragosto è quasi un momento di approdo, perché il giorno dopo si ricomincia a pensare al ritorno a casa finite le vacanze. Dovremo pensare al nuovo anno civile e al nuovo anno pastorale, cioè ad un nuovo anello della nostra vita, a tal punto che potremmo dire che oggi è il vero capodanno! E come per ogni capodanno si esige di avere un pensiero, un proposito da portare avanti. Per questo vi suggerisco due buoni propositi.

Il primo riguarda la vita personale e intende rispondere a una semplicissima domanda: “Che cosa ho imparato io, in questi due anni?”. Cosa ho imparato per la mia umanità, per la mia capacità di relazionarmi con gli altri, facendo attenzione al fatto che non tutti i limiti della persona sono subito delle espressioni di povertà o fragilità, perché possono trasformarsi anche in vantaggi. Ad esempio, una persona timida può lavorare, sebbene ciò non avvenga automaticamente, per coltivare una vita buona: può accettare la sua timidezza per diventare una persona profonda, che possiede una grande intimità ed interiorità. Il timido, spesso, se cresce bene, può diventare una persona che è capace di ascoltare, da cui si va a confidarsi. Oppure ci sono persone che invece sono molto estroverse, come l’amicone che nel gruppo dilaga per la sua espansività. Tuttavia se non controlla il suo limite, perché può anche essere un limite essere l’amicone di tutti, rischia di non essere amico seriamente per nessuno, e alla fine sarà emarginato. Chi invece incanala il suo carattere estroverso, lo può far diventare cemento della vita di gruppo e del rapporto con le persone.

 Il nostro limite deve diventare la nostra opportunità. Oggi sono presenti anche molti adulti che suppongo abbiano una famiglia e a loro rivolgo la stessa domanda: “Che cosa avete imparato per la vostra vita familiare in questi due anni?”. Immaginiamo di far leva almeno su un punto per andare avanti. Chiediamoci, dunque, se anche dalle povertà abbiamo appreso qualche cosa. Se abbiamo imparato, se ci siamo resi conto ad esempio che si procedeva senza una “sapienza della vita”, che invece è stata messa a dura prova dagli eventi che sono accaduti. Alcune famiglie sono state dolorosamente falcidiate di persone e di presenze.

Un secondo proposito contiene un’ulteriore indicazione. Ciò riguarda il nostro impegno, la nostra vita sociale. È interessante che il brano di vangelo della festa della Assunzione di Maria in cielo presenti la Visitazione di Maria a santa Elisabetta (Lc 1,39-56). Elisabetta era gravida e lo era anche Maria, seppure con uno scarto di tre mesi, e quest’ultima non teme di mettersi in viaggio per andare a visitare la cugina. L’episodio si chiama appunto “Visitazione” ed è per definizione l’icona della carità. Carità che non ha solo il significato di soccorrere o portare qualcosa a chi è in gravidanza o nel bisogno. Nella visita di Maria ad Elisabetta c’è il bellissimo incontro tra i due bambini che si riconoscono vicendevolmente, mentre sono ancora nel grembo. Ho già ricordato in altre occasioni come a Vagna in Val d’Ossola si conserva un bellissimo dipinto di Antonio d’Enrico, detto Tanzio da Varal­lo (Alagna Valsesia, 1582 circa – Varallo (?), 1633), d’una bellezza incomparabile, che raffigura la Visitazione, nel quale le cromie sono molto ricche e rappresentano una tavolozza di vividi colori, che suscita emozione e gioia. In certo modo quella figura ci ricorda che la carità ha tutti i colori del mondo. Ognuno di noi allora provi ad immaginare per il prossimo anno qualcosa da fare a beneficio degli altri.

Questo è il senso che dobbiamo realizzare quando diciamo che vogliamo aprirci alla speranza. La speranza non è fatta solo dal pensiero o dal sentimento per il quale le cose che noi abbiamo o viviamo hanno sempre dell’altro e dell’oltre da vivere, da scoprire, da amare, o per cui impegnarsi, ma la speranza è anche anticipare con piccole o grandi esperienze ciò a cui aspiriamo. La speranza è un atto pratico. C’è un bel testo dello scrittore francese Charles Péguy (Orléans, 7 gennaio 1873 – Villeroy, 5 settembre 1914) tratto dalla sua opera “Il portico del mistero della seconda virtù”, nel quale è detto che la speranza sta le due grandi sorelle, la fede e la carità, anzi si perde in mezzo alle gonne delle due sorelle più grandi. Ma la fede e la carità non saprebbero andare avanti se tra loro non ci fosse la speranza, che in modo un po’ impertinente le spinge ad osare, con la tipica vivacità della sorella più piccola.

Mi piace allora concludere con il testo che ho inviato come augurio per questa solennità di ferragosto. È volutamente il testo di una donna, Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009), una scrittrice e poetessa che ho conosciuto personalmente negli ultimi anni della sua vita, che ha vissuto in modo travagliato la sua esistenza e di cui ho celebrato anche i funerali. Del mistero che celebriamo dice così:

«Quando il cielo baciò la terra nacque Maria.
Che vuol dire la semplice,
la buona, la colma di grazia.
Maria è il respiro dell’anima,
è l’ultimo soffio dell’uomo.
Maria discende in noi,
è come l’acqua che si diffonde
in tutte le membra e le anima,
e da carne inerte che siamo noi
diventiamo viva potenza».

(da ALDA MERINI, Magnificat. Un incontro con Maria, Frassinelli Editore, Milano 2002)

Questa poesia ha la forza di far percepire quasi con mano la potenza della vita. Se volete, potete sentire tale potenza contemplativa facendo un momento di silenzio, durante il quale ammiriamo nella volta della cupola l’“ascensione” di Maria Assunta, con la teoria di angeli e di santi (circa ottocento), lo slancio di corpi e di volti che salgono verso l’alto, in un tripudio di figure e di colori che sembrano attirarci verso il cielo. La vita della carità, la vita dell’amore ha questa potenza che ci porta fino in alto. Alcuni decenni or sono non si apprezzava lo stile barocco: ora sta avvenendo la riscoperta di questo stile. Se noi contempliamo la cupola del nostro Santuario di Varallo con questi occhi potremo anche noi elevarci verso il cielo con Maria. Come la poesia della Merini che sa prima e sa tutto, prima di ogni sapere e più di ogni ragionamento, così si esprime in modo potente anche la preghiera liturgica: “Oggi la nostra umanità è insediata alla destra di Dio!” (Prefazio dell’Ascensione).

Centenario della posa della prima pietra della Basilica della Madonna del Sangue di Re

 

Foto Studio Besana di Santa Maria Maggiore.

 

Santuario di Re, 21 agosto 2022

Cento anni fa veniva posata, con scelta ardita e audace, la prima pietra della Basilica di Re, per ampliare la chiesa dove si trovava e si conserva ancor oggi l’edicola della “Madonna del latte” che, a motivo del prodigio avvenuto nel 1494, è stata poi denominata “Madonna del Sangue”. L’ardito progetto che ora si ammira nella sua imponente mole, doveva allora apparire sproporzionato: prima di tutto perché bisognava deviare la strada, che un tempo passava di fianco all’antica chiesa parrocchiale alle nostre spalle; in secondo luogo, per la sua posizione assiale rispetto al luogo dell’edicola che è rimasta nella sua collocazione originale, pur attorniata dai marmi dell’altare che vi è stato costruito intorno. È bello che l’icona della Madonna del sangue sia rimasta in tale posizione, perché là nella piccola chiesa si trova il cuore del santuario e qui in Basilica invece il popolo del santuario.


Centenario della posa della prima pietra della Basilica della Madonna del Sangue di Re
Omelia nella festa per i 100 anni del Santuario
21-08-2022
Download PDF


Il termine “santuario” significa luogo del Santo, in latino Sanctuarium. È il luogo del Santo, eppure, se noi ci guardiamo attorno, abbiamo vistosi segni del sacro (ex voto, ricordi della nascita). Il sacro introduce una realtà che si avvicina al Santo, come se fossero i suoi gradini d’ingresso, tuttavia non si identifica con la realtà stessa del Santo, perché il sacro è lo spazio dove noi esprimiamo che la vita vale più di ciò che costruiamo. Per questo è sempre presente negli snodi cruciali dell’esistenza e in tutte le religioni: quando nasce un bambino; quando un giovane cresce; quando un uomo e una donna s’incontrano; quando si intuisce una chiamata particolare, la vocazione; nei momenti della sofferenza, quando siamo visitati da sorella morte. Lì c’è il sacro, che però attende di crescere, maturare e diventare il Santo, uno spazio e un tempo in cui la presenza del mistero Dio ci viene incontro.

Per compiere questo passaggio ci facciamo aiutare dalle tre letture, che sono state scelte in modo perfetto per questa circostanza e che ci introducono ai tre passi che intendiamo compiere. Il primo può essere chiamato “la presenza del santuario”; il secondo passo “il fondamento del santuario”; e infine il terzo, tratto dal vangelo, “il cuore del santuario”.

  1. La presenza del Santuario

Nel testo del profeta di Ezechiele (43, 1-2.4-7a) c’è questa bella scena che si svolge una volta conclusa la costruzione del Tempio:

“Quell’uomo mi condusse allora verso la porta che guarda a oriente ed ecco che la gloria del Dio d’Israele giungeva dalla via orientale e il suo rumore era come il rumore delle grandi acque e la terra risplendeva della sua gloria”.

Il Santuario prima di tutto è il luogo di una presenza. Accade che quando la Basilica sia vuota e arriva qualcuno che sosta per qualche attimo, anche semplicemente per caso, la percepisce forse come il luogo di un’assenza, misteriosa e affascinante. Al contrario il Santuario è il luogo della presenza, dove noi sentiamo che c’è una casa, uno spazio che ci rimanda oltre, altrove, più in alto. È interessante notare che la Presenza – la gloria del Dio d’Israele – provenga da Oriente, perché così è per tutta la cultura mediorientale, per la quale è l’Oriente che porta la luce, è l’Oriente che porta il colore e il calore delle cose, è l’Oriente che porta la vita. Al contrario l’Occidente è il luogo del tramonto, è il luogo che indica la fine. Anche gli antichi egizi avevano questo preciso riferimento, come ad esempio a Luxor, dove a Oriente sorge la città e a Occidente vi sono le tombe dei faraoni. L’Oriente dice il riferimento alla vita che nasce e che cresce. Anche questo santuario che scollina tra la Valle Vigezzo e le Cento Valli con Locarno si situa su un passaggio strategico. Per passare allora dal sacro al Santo dobbiamo percepire che questo è un luogo dove c’è e sorge la vita, dove sorge il sole che porta la vita.

In questi anni nei quali tutto era piuttosto contingentato e difficile, è stato significativo vedere come si sia passati da una presenza ridotta e poi via via sempre più numerosa fino a quest’anno, quando già per la festa del Miracolo vi era un nutrito numero di pellegrini e la gente ha ricominciato a tornare…

  1. Il fondamento del santuario

La seconda lettura, tratta dalla Lettera ai Corinti di san Paolo apostolo (1Cor 3, 9c-11.16-17), ha chiaramente detto:

“Fratelli, voi siete l’edificio di Dio”.

Poi, più avanti, l’apostolo dirà “voi siete il tempio di Dio, non “questo è il tempio di Dio”, ma “voi siete il tempio di Dio”.

“Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra”.

Nella vicenda storica, che ci ha raccontato il Rettore nell’introduzione alla messa con suggestive pennellate, abbiamo compreso che l’idea della costruzione del grande Santuario sia stata un’impresa che subito ha denunciato la sua sproporzione, dato che iniziando nel 1922 ci fu già una battuta d’arresto nel 1929. E per quasi vent’anni rimase a cielo aperto con i pilastri già innalzati nel vuoto e l’incertezza di come mandare avanti tutto il progetto che, nella sua architettura, riprende il modello delle chiese bizantine, come ancor oggi si può vedere nelle cupole e nell’impianto della Basilica di santa Sofia a Istanbul, la più bella d’Oriente. San Paolo dice che nel costruire il santuario fatto di pietre, alcuni pongono i pilastri, altri elevano le mura, altri realizzano la copertura, ma uno solo è il fondamento, che è Gesù Cristo.

“Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. 

Le grandi opere possono essere fatte solo se si ha una grande idea, un grande progetto, un grande sogno, un grande desiderio. Tutti conoscete la storia dello scalpellino che mentre stava scolpendo un blocco di marmo per il Duomo di Milano, o per una cattedrale gotica – la storia si ripete per ogni cattedrale – vide avvicinarsi un tale che gli chiese: “Tu perché stai facendo questa scultura?”. E il primo scalpellino rispose: “Perché ho moglie e figli da mantenere…”. Un altro passando di là, chiese anch’egli a un secondo scalpellino: “Tu perché stai facendo questo fregio?”. E lo scalpellino rispose: “Perché sono un artista, mi piace lavorare il marmo e, sfidando questa pietra che sembra dura, riesco a tirar fuori la figura che ho in mente”. Infine, anche un altro pose la stessa domanda al terzo scalpellino, che gli rispose: “Scolpendo la mia opera, partecipo al grande sogno dell’architetto e di tutti coloro che vogliono la cattedrale!”. Tutti scolpiscono alla stessa maniera, ma ognuno lavora con un’intenzione diversa: chi per sostenersi, chi per esprimere la sua arte, chi per partecipare all’opera e al sogno comune.

Sta venendo meno la gente capace di partecipare ad un sogno più grande. Ma come potete intuire, le grandi cose hanno sempre bisogno di un’azione “corale”. Questo aggettivo indica che nel coro ci sono tre o quattro voci che vanno armonizzate, così come nell’orchestra ci sono diversi comparti strumentali che suonano una partitura comune. Questo vale per costruire non solo la chiesa di pietra, ma ancor di più la Chiesa di persone. Tale azione necessita che ognuno faccia la sua parte, ma inserendosi nel sogno di chi collabora a costruire tutta l’opera. È certamente un’impresa ardua, perché viviamo in un tempo nel quale ognuno vuol fare l’architetto, il costruttore, il piastrellista, e così vediamo i brutti risultati non solo a riguardo delle case, ma anche delle chiese.

San Paolo ribadisce che il fondamento è Gesù: dice che noi siamo qui perché la presenza di Dio che viene da Oriente e che dona vita come il sole, ha preso figura umana, è diventata un uomo come noi, che è pur sempre il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio diventando uno come noi ci rende presente e trasparente il mistero del Padre e così ci cementa tutti insieme. Infatti dice Paolo:

“Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?”

Anche la gente semplice coglie che il fondamento del Santuario è il Signore Gesù. Si va in chiesa non tanto per questo prete o un altro, non perché si appartiene a un gruppo o a un’asso­ciazione, ma perché c’è il Signore! È il Figlio di Dio il motivo per cui oggi ci siamo radunati qui e non altro. Anche la Madonna del sangue ci mostra e ci dona il Figlio suo come verbo del Padre: in gremio matris sedet sapientia Patris!

  1. Il cuore del santuario

E, infine, l’ultimo passo avviene con il vangelo di Giovanni che ci ha presentato un frammento dell’episodio della Samaritana. Il brano sembra mettere in crisi i passi precedenti che abbiamo fatto. Questa donna apparteneva al gruppo dei samaritani che non seguiva strettamente la dottrina e la prassi dei giudei. I samaritani erano in certo modo eretici o scismatici. Nel vangelo, come ad esempio nella parabola del Buon samaritano, viene sempre sottolineato il carattere marginale di tale appartenenza.

La Samaritana, per sfuggire al dialogo incalzante con Gesù che mira a chiarificare il suo desiderio e anche la sua storia di vita – Gesù infatti mette a nudo la sua storia personale (cfr. Gv 4, 5-26), facendole la cardiodiagnosi – a un certo punto, per sviare il discorso da sé, introduce una questione teologica per così dire “artificiosa”:

Gesù le dice: ‘Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte [il monte Garizìm], né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”. 

Ecco il cuore del Santuario: il luogo del Santo è quello spazio dove il nostro cuore passa dall’essere di pietra al diventare un cuore di carne. Al capitolo trentunesimo di Geremia e al capitolo trentaseiesimo di Ezechiele – i profeti più geniali di tutto il corpo profetico – si dice che ci verrà tolto il nostro cuore di pietra e ci verrà dato un cuore di carne. Questi profeti dicono che il popolo di Dio ha fatto l’esperienza di essere fedele alla legge, scritta su tavole di pietra, ma poiché l’ha anche tradita molte volte, diventando legalista, il suo cuore è diventato anch’esso di pietra. Il cuore di pietra – ecco l’audacia dell’immagine profetica – ci viene strappato e ci è donato un cuore di carne, vivo e palpitante. È quel cuore che lo Spirito Santo può lavorare e plasmare.

Oggi purtroppo ci sono in giro tante persone che si attaccano a un guru che però mostra solo una religione dei lustrini e delle emozioni, mentre lo Spirito, quello Santo, è uno spirito forte e rinnovatore. È uno Spirito che ci dice: “Venite qui nel santuario e portate la vostra vita”. Portare la vita significa mettere davanti al Signore la sofferenza, le fatiche della famiglia, le problematiche del lavoro, significa portare tutto il nostro cuore e la nostra speranza! Il Santuario è il punto di coagulo da cui poi può esplodere una vita nuova e rinnovata.

Termino comunicandovi una suggestione e un’emozione parlandovi della prima volta in cui andai a Gerusalemme. A questa esperienza si riferisce il salmo con il quale abbiamo pregato tra la prima e la seconda lettura. È il salmo 121 [122] che gli esuli cantavano quando ritornavano a Gerusalemme, facendo erompere dal loro cuore tutta la nostalgia per la città santa e il tempio! Il primo versetto contiene un’esplosione di gioia:

Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!

Così è stato per me la prima volta quando sono andato in Terra Santa! Provenivamo da Gerico e dal Mar Morto, che è il punto più basso della terra a 400 metri sotto il livello del mare, e siamo saliti, facendo all’inverso la strada del Buon samaritano. Siamo arrivati al monte degli ulivi, dal quale si contempla tutta la spianata del Tempio e tutta Gerusalemme, con le sue cupole dorate e le sue torri luccicanti! L’emozione ci ha preso come un nodo alla gola, come accadeva agli esuli che lontani dalla patria tornavano alla Città santa o ai pellegrini che “vestivano la croce” per raggiungere dopo un lungo viaggio il Santo Sepolcro (ad loca sancta).

È così anche per noi l’esperienza del pellegrinaggio al Santuario? Auguro a tutti che, a partire da questo centenario, il santuario di Re possa suscitare dentro di noi la stessa gioia; che, arrivando qui, ciascuno possa trovare la sorgente d’acqua fresca che può purificare il nostro cuore, dissetare la nostra sete ed aiutarci a tornare alle nostre case con dentro un’energia, una forza, una voglia di vivere in modo nuovo, perché è stato toccato dalla presenza del Signore che la Madonna del sangue ci offre con tenerezza. Questo vi auguro di cuore!